La felicità forzata di chi ha “tutto” dalla vita. Il diritto all’infelicità, Katja Galimberti
Casi Pratici di Counseling Filosofico

La tesi di Katja Galimberti, presentata nel 2006 presso la Scuola Superiore di Counseling Filosofico (SSCF), rappresenta un esempio luminoso di come la filosofia possa farsi pratica concreta, trasformando riflessioni teoriche in strumenti per la crescita personale.
Figlia di Umberto Galimberti, eminente filosofo e psicoanalista, Katja Galimberti è una Counselor Filosofico diplomata presso la Scuola Superiore di Counseling Filosofico (SSCF) nel 2006. Eredita e rielabora una tradizione intellettuale che unisce profondità speculativa e sensibilità umana.
La sua tesi, dal titolo Johnathan: La felicità forzata di chi ha “tutto” dalla vita. Il diritto all’infelicità come cura e riconoscimento di sé, esplora tematiche centrali nella consulenza filosofica, come l’autenticità, il diritto al proprio sentire e il percorso verso il “diventare ciò che si è”.
La Scuola Superiore di Counseling Filosofico SSCF è stata la prima scuola di counseling filosofico in Italia e oggi rappresenta un punto di riferimento imprescindibile per la formazione filosofica professionale. Non è solo leader nel settore, ma ospita anche la più grande comunità di counselor filosofici in Italia, tutti formati presso questa istituzione di eccellenza. Il Registro Nazionale dei Counselor Filosofici, accessibile online (Registro Nazionale dei Counselor Filosofici diplomati SSCF), testimonia la qualità e l’ampiezza di questa comunità, che ogni giorno contribuisce a portare la filosofia nel cuore della vita quotidiana.
Nella sua tesi, Katja Galimberti descrive l’incontro con “Johnathan”(nome di fantasia), avvenuto durante il percorso di training pratico previsto nel terzo anno del Master in Counseling Filosofico presso la SSCF. Johnathan, un uomo apparentemente di successo, si rivela intrappolato nelle aspettative esterne e nella pressione di dover essere qualcosa che non percepisce come autentico.“La maschera vincente che mi ha mostrato durante la prima seduta, quell’immagine sicura e brillante, non era altro che un guscio”, scrive Katja. Questo percorso, che ha portato Johnathan a riconoscere il suo diritto all’infelicità, si configura come un viaggio di scoperta del proprio sentire più profondo e del diritto di essere autentici.
Johnathan inizia il percorso con una forte resistenza a mettersi in discussione, focalizzandosi sulla necessità di controllo. Katja osserva:
“Ogni mia risposta sembrava produrre nuove domande; Johnathan voleva sapere esattamente cosa sarebbe successo, senza lasciare spazio all’imprevisto o all’emozione”.
Tuttavia, già dalla seconda seduta, emerge una trasformazione: l’uomo che si presentava come impeccabile e distaccato appare più rilassato, con un abbigliamento casual che lascia intravedere una maggiore apertura. Alla terza seduta, l’evoluzione diventa evidente:
“Apro la porta e davanti a me non c’è più la figura lucida e curata delle prime volte, ma un uomo visibilmente provato, con un volto espressivo e abiti trasandati. Finalmente, Johnathan cominciava a lasciarsi andare”.
Un passaggio cruciale nel percorso di Johnathan è il confronto con il proprio sentire e con la contraddizione tra la sua immagine pubblica e il suo desiderio interiore.
“Se tu fai qualcosa, sapendo di non volerla fare, hai per forza una ragione chiara per farla, ma mantieni una certa distanza emotiva. Se invece ti convinci che è quello che vuoi, allora nasce una profonda incoerenza che genera disagio”, scrive Katja.
Questo approccio lo aiuta a riconoscere che molte delle sue scelte erano dettate da aspettative esterne e non dai suoi desideri autentici.
Un altro elemento chiave emerso è il rapporto complesso con il denaro e il successo, valori che Johnathan associa alla figura paterna. Katja sottolinea come il denaro non sia per lui un fine, ma uno strumento che tuttavia lo imprigiona in una spirale di pressioni. “Il denaro per Johnathan è un simbolo della pressione che subisce, non un valore intrinseco; lo percepisce come una misura del proprio fallimento”. Attraverso il dialogo, Johnathan inizia a comprendere che la sua felicità non dipende dal conformarsi a standard esterni, ma dal ritrovare un equilibrio tra ciò che desidera davvero e le richieste del mondo circostante.
Le riflessioni di Katja Galimberti si innestano su solide basi filosofiche. Il pensiero di Nietzsche è centrale nel suo approccio: “Diventare ciò che si è” rappresenta per Johnathan una sfida esistenziale complessa, ma necessaria per riconquistare il proprio centro. La contraddizione tra immagine pubblica e sentire autentico, come sottolineato anche da Heidegger, porta all’alienazione dell’essere. Katja evidenzia:
“L’inautenticità, descritta da Heidegger come l’essere-nel-mondo guidato dal ‘si dice’ e dal conformismo, era palpabile in ogni gesto di Johnathan”.
In parallelo, il pensiero di Sartre emerge nella comprensione della libertà individuale. Johnathan, prigioniero delle aspettative familiari e sociali, rappresenta un esempio di come l’uomo possa diventare “vittima della mauvaise foi, la cattiva fede”, ossia il rifiuto di assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Katja Galimberti osserva che “la libertà spaventa Johnathan, poiché lo costringe a confrontarsi con l’angoscia del dover scegliere”. Tuttavia, grazie al percorso intrapreso, inizia a riconoscere la necessità di abbracciare la propria libertà come condizione per una vita autentica.
Anche le intuizioni di Viktor Frankl sul significato della vita trovano spazio nel lavoro di Katja Galimberti . “La sofferenza di Johnathan non era priva di senso”, afferma, “in quanto lo spingeva a cercare un significato più profondo per la sua esistenza, al di là delle maschere e delle apparenze”. Questo approccio logoterapeutico si rivela fondamentale per aiutare Johnathan a ritrovare un orientamento esistenziale.
La trasformazione più significativa avviene quando Johnathan ammette il suo diritto a sentirsi infelice, nonostante tutto quello che possiede. “Io sono una persona felice”, afferma inizialmente con convinzione, ma Katja lo guida con delicatezza a riconoscere la verità del suo sentire. Alla fine, lui stesso ammette: “Non sono felice, ma non mi ero mai concesso di dirlo”. Questo riconoscimento segna l’inizio di un processo di liberazione dalle aspettative e dalle pressioni che lo opprimevano.
Il percorso si conclude con una maggiore consapevolezza da parte di Johnathan, che inizia a delineare un progetto di vita più autentico.
"Riconoscendo la sua infelicità, Johnathan ha dato voce al suo vero sentire, trovando il coraggio di immaginare un futuro che rispecchi davvero chi è”, osserva Katja Galimberti.
Questo risultato non è solo una vittoria personale, ma un esempio di come il Counseling Filosofico possa trasformare profondamente la vita di una persona.
"Il passo successivo del nostro lavoro sarà quello di estrarre a Johnathan la verità, l’autenticità del suo sentire, lasciare che poco alla volta si scopra, si conosca, si guardi allo specchio e si piaccia. In un secondo tempo, poi, si renderà inevitabile il confronto con la realtà e la sua scoperta, ora in contraddizione, ora forse sorprendentemente coerente con il suo sentire. Grazie alla forza e all’intelligenza di Johnathan, oltre alla fiducia e all’empatia che si è stabilita tra noi, ritengo di poter perseguire in questa direzione in modo da estrarre l’autenticità di Johnathan e consegnargliela, perché abbia diritto di esistere quale è e non quale gli viene richiesto di essere.
Filosofica è anche l’estrazione della verità di Johnathan come forma, potenza e la sua trasformazione in volontà che fa essere le cose e l’esistenza, in atto. Parallelamente al dare un nome, conoscere, fermare in un senso e significato, le emozioni e i sentimenti per farli essere cose dominabili e non fumi di fronte ai quali si è impotenti e preda dell’ignoto. Infine un tema filosofico centrale è il percorso di conoscenza di sé, che consiste nella costruzione di una mappa, un sistema, attraverso cui la volontà, le forze e le debolezze sono note, quindi il confronto con la realtà si rende più agile e sicuro ed evita la contraddizione.
Di fondo ritengo che la mia linea guida sia il niethscheano “diventare ciò che si è” per il raggiungimento di una pienezza esistenziale, in alternativa, la contraddizione brucia ogni tentativo di vita. Il percorso del “diventare ciò che si è” resta un percorso molto articolato e difficile, che trasforma il semplice in complesso nel tentativo di spogliarlo dalla menzogna.
Molti sono gli elementi filosofici presenti in questo percorso. Dominante è il Principio di non contraddizione. Johnathan non vive il suo sentire nel momento in cui lo nega. Leggo la realtà e l’esistenza di Johnathan, oltre alla sua immagine, come contraddittori al suo sentire che, essendo vero esercita una pressione su Johnathan e lo rende infelice. L’infelicità è letta come risultato di una contraddizione. Da un tale quadro gli elementi sono assunti attraverso le categorie del vero e del falso. Falsa è l’immagine di Johnathan, falso è chi crede di essere, falsa è l’espressione nella realtà, vero è il suo sentire, il suo credere, il suo volere."
