Le radici filosofiche della psicologia. Filosofia e psichiatria fenomenologica

Prof. Umberto Galimberti *, è stato professore ordinario di antropologia culturale, filosofia della storia, psicologia generale e psicologia dinamica all’Università Cà Foscari di Venezia. Dal 1985 è membro ordinario dell'International Association of Analytical Psychology.
estratto dal Convegno Isfipp, Torino

Un cenno all’influenza della filosofia sulla psicologia, sempre in ordine a questo tema di anima e corpo, con la Psichiatria Fenomenologica.
A questo proposito Husserl, con estrema chiarezza, in un bel libro intitolato Meditazioni Cartesiane, incomincia con questa frase: “Dobbiamo liberarci dagli errori seducenti introdotti da Cartesio e dai suoi successori”. E quali sono gli errori seducenti? L’errore seducente è il dualismo anima e corpo che è comodo da pensare, sotto tutti i profili, ed è anche vantaggioso, in una sorta di alleanza tra religione e scienza. La scienza dice di sé “mi occupo del corpo”, la religione dice di sé “mi occupo dell’anima”, nel vissuto collettivo. E lui, invece, istituisce e pone un problema molto serio e dice una cosa che, per me, è una verità assoluta. Ne La crisi delle scienze europee, parla dell’enigma della Psicologia, che consiste in questo, dice Husserl: la tematica, il tema della Psicologia confligge con l’esigenza della Psicologia di istituirsi come scienza. Nella Psicologia c’è un conflitto tra metodo e tema. Ovvero, se la Psicologia vuole istituirsi come scienza, abolisce il suo tema – che è l’uomo –, perché la Scienza è un sapere oggettivante, valido per tutti, riproducibile ovunque, da chiunque, col medesimo risultato. Bene, dell’individuale non c’è scienza, non si può avere scienza; perché non si risponde al canone scientifico, dell’oggettivazione.

Se la Psicologia vuole diventare scienza, deve oggettivare; ma se oggettiva, perde il soggetto. Non ha più a che fare col soggetto. La Psichiatria, con i suoi DSM, ha fatto un’operazione oggettivante, ma il soggetto non lo vedi più. Non puoi più parlare di te, individuo. Del resto questo lo aveva già detto Aristotele: dell’individuale non c’è sapere perché il sapere riguarda l’universale. Donde il bisogno di Platone di costruire l’anima come organo del sapere universale. Allora deve rinunciare – dice Husserl – a diventare scienza. In questo modo salva la sua tematica, che è l’uomo, che è irriducibile alla scientificizzazione, se non attraverso la riduzione del suo corpo a organismo.
Se è vero che il corpo è organismo, allora puoi scientificizzarlo, ma il corpo organismo non è il mio corpo all’interno del mondo della vita. La Psichiatria, la Psicologia non possono diventare scienza, perché una scienza è oggettivante e se io oggettivo l’uomo, perdo la sua soggettività.
Questo dice Husserl. Husserl era stato preceduto in questo da Jaspers, il quale aveva fatto la grande trasformazione della Psichiatria nel 1913. Io ho conosciuto Jaspers nel ’62, sono andato a casa sua cinque o sei volte, a parlare; il mio percorso da filosofo a curioso della psicologia lo devo imputare a lui, a Jaspers. Nel 1913 Jaspers scrive un libro di psicopatologia enorme, mille pagine, come era solito fare lui; e ad accorgersi dell’importanza di questo libro è stato in Francia Sartre, che l’ha tradotto in francese. Il libro è Psicopatologia Generale. Qui prendendo ispirazione da Dilthey dice che la Psichiatria non può essere esplicativa, oppure può essere esplicativa, ma – lui dice – posso spiegare cos’è la schizofrenia, e questo però non mi assicura che io riesca a comprenderla; allora fa la distinzione tra spiegazione e comprensione: la spiegazione può avere il suo risultato scientifico, ma una volta che io so cos’è la schizofrenia, non ho la coniugazione delle modalità con cui ciascuno di noi è schizofrenico, o ciascuno di noi è depresso, o ciascuno di noi è maniaco; non ho questa modalità; per cui bisogna passare da una psichiatria esplicativa a una psichiatria comprensiva, dove la parola “comprensivo” non ha il significato generico di “umano troppo umano, io ti comprendo”. Comprendere vuol dire catturare il nucleo del delirio di una persona delirante, e – quando hai catturato il nucleo – tutto quello che fa risponde a questo nucleo con una precisione geometrica e diventa così comprensibile.

Questo vale anche per le persone normali: per capire cosa stai dicendo tu, non è sufficiente che io capisca l’italiano o che, man mano che parli, traduca nel mio sistema di riferimento quello che stai dicendo; per capire davvero quello che dici tu, io devo capire la tua visione del mondo. Se tu hai una visione logico-matematica del mondo, quello che dici non ha lo stesso significato di quelle stesse parole dette da uno che ha una visione estetica del mondo, o di uno che ha una visione metafisica del mondo, o di uno che ha una visione religiosa del mondo. Se io non catturo la visione del mondo, le tue parole mi risultano incomprese, anche se capisco benissimo cosa stai dicendo. E allora dopo la struttura della comprensione della dimensione delirante, raccontata nella Psicopatologia Generale, (Jaspers) scrive quell’altro bel libro che è la Psicologia delle Visioni del Mondo.

Io ho chiesto a Jaspers con ingenuità – avevo vent’anni – “come ha fatto a passare dalla Psichiatria, dove Lei era molto famoso” (era già il più grande psicopatologo d’Europa) “alla Filosofia?”. Lui mi rispose perché ci sono delle situazioni limite, che non sono di competenza necessariamente dello psicologo; lo psicologo che cosa mi dice in più di un filosofo della morte, dal momento che i filosofi si sono occupati da una vita della morte?

Platone ha persino detto che la vita è un esercizio di morte per essere all’altezza della filosofia.

Cioè sembra che la filosofia abbia un’attrezzatura per comprendere situazioni limite, tipo l’Angoscia. Chi ha parlato dell’Angoscia in maniera grandiosa se non Kierkegaard? Da cui trae spunto sia il Dottor Freud che il Signor Heidegger? E allora, dice, questo è stato necessario, anche perché la filosofia non è una clinica, e quindi ti apre uno scenario all’interno del quale tu puoi catturare dei significati che la clinica non ti dà, perché la clinica parte sempre da un’impostazione anticipata. Questa è stata la sua risposta. È stata anche la risposta, e non credo che avesse letto Jaspers, di un giudice del Veneto, che ha fatto causa ai consulenti filosofici del master di consulenza filosofica veneziana. Questa causa è stata fatta dall’ordine degli psicologi del Veneto contro i consulenti filosofici in cui si è detto “perché di fronte a uno soffre che competenza ha Lei in più?”, rivolto al presidente dell’ordine degli psicologi. “Che competenza ha in più rispetto al filosofo? Mi dica, mi dica”. Quello non sapeva cosa dire e abbiamo vinto la causa e, da allora, non ci hanno più tormentato.

( estratto - Dasein Journal, N°7/2018)
Prof. Umberto Galimberti
* Prof. Umberto Galimberti

È stato professore di Filosofia della Storia presso l’Università Cà Foscari Venezia e psicoanalista. Nei suoi studi e nei suoi libri ha indagato con metodo genealogico le nozioni di simbolo, corpo e anima, rendendo visibili le tracce del sacro che persistono nella nostra civiltà dominata dalla tecnica. L’editore Feltrinelli pubblica l’edizione delle sue Opere. Autore di oltre 25 saggi di filosofia e psicologia, il filosofo Umberto Galimberti è uno dei più brillanti, più noti e popolari filosofi italiani. Dal 1985 è membro ordinario dell'International Association of Analytical Psychology.
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