Nuova Rivista di Counseling Filosofico N°15 | Lodovico Berra


Empatia: comprensione e comunicazione

L’empatia pone le basi per un valido rapporto, indispensabile per consentire la rielaborazione di pensieri ed emozioni. –Lodovico Berra

I neuroni a specchio rappresentano così il substrato biologico di quell’elemento fondamentale per le relazioni interpersonali che è la partecipazione empatica. –Lodovico Berra

Osservare, ascoltare e sintonizzarsi sul linguaggio del corpo rappresenta una via importante alla costituzione di una buona empatia. –Lodovico Berra

Abstract

L’empatia è un aspetto fondamentale nella comunicazione tra esseri umani, che assume particolare importanza nelle relazioni d’aiuto. Essa consente una reale comprensione del cliente e del suo vissuto interiore, elemento indispensabile per un efficace lavoro di counseling e di psicoterapia. L’empatia richiede una disposizione particolare che consenta di vedere, sentire e valutare la situazione interiore del cliente. Nell’articolo vengono esaminati vari aspetti che possono consentire di comprendere meglio il senso dell’empatia, indicando come svilupparla all’interno di una professione d’aiuto.

Parole chiave: empatia ‒ comprensione ‒ comunicazione

L’empatia è un aspetto centrale nella dinamica dei rapporti intersoggettivi e rappresenta il terreno fondamentale per il lavoro di counseling e di psicoterapia. Ogni tecnica, strategia o interpretazione, se avviene all’interno di un buon rapporto empatico, risulterà più efficace e significativa.
Nella loro indagine sui fattori terapeutici delle psicoterapie, Asay e Lambert affermano che la qualità della relazione terapeutica contribuisce a circa il 30% dei risultati, in rapporto al 15% riferito al tipo di approccio e alla tecnica. Risulta perciò più importante il tipo di rapporto che si instaura tra cliente e professionista piuttosto che la tecnica o il modello di riferimento utilizzato.
Spesso l’empatia viene considerata un fenomeno naturale o istintivo, in cui la simpatia (intesa come “conformità del sentire”) si verifica spontaneamente, secondo una combinazione casuale di più fattori. In realtà l’empatia è una funzione che può essere curata ed esercitata, indipendentemente da una più o meno grande predisposizione individuale.
L’attenzione all’accoglienza, all’ascolto ed alla comprensione priva di pregiudizi contribuisce allo sviluppo di un rapporto di fiducia che aiuta il paziente ad aprirsi progressivamente, lasciandosi andare alla relazione.

Prof. Lodovico Berra, Master di Specializzare in Counseling Filosofico

Intersoggettività e relazione

Ogni individuo può essere compreso, nel suo essere-nel-mondo, attraverso il rapporto con se stesso (Eigenwelt), con il mondo circostante (Umwelt) e soprattutto con gli altri esseri umani (Mitwelt).
La nostra vita mentale deve essere vista come l’esito di un continuo dialogo con le menti degli altri, in una sorta di co-creazione di contenuti psichici, che è stata definita matrice intersoggettiva. Questa è il terreno nel quale le menti si modellano nel tempo plasticamente e in maniera reciproca.
Nell’incontro empatico questo aspetto diventa più evidente e viene a rappresentare l’occasione per avviare una comunicazione creativa che consenta una rielaborazione di vissuti e problemi.
Il nostro apparato psichico è naturalmente predisposto a sintonizzarsi e a comunicare con la mente degli altri esseri umani a partire da fasi già molto precoci dello sviluppo.

Le relazioni tra esseri umani rappresentano così una modalità unica e fondamentale di rapporto, che può avere differenti sviluppi e che risente delle esperienze relazionali precoci.
Uno dei principi fondamentali dell’orientamento esistenziale, condiviso dalla teoria della intersoggettività, è che i fenomeni psicologici non possono essere compresi senza considerare i contesti intersoggettivi in cui prendono forma.
Come scrive Eugenio Borgna nella sua introduzione a Psichiatria e fenomenologia: «Nella concezione dell’analisi esistenziale ogni psicoterapia (se autentica) ha a che fare con una determinata sfera ontologica che è la sfera dell’essere insieme in una situazione di inter-personalità, nella quale due persone sono l’una di fronte all’altra e l’una in qualche modo legata all’altra. La psicoterapia nella sua essenza non è se non relazione; incontro fra una persona e un’altra persona. La psicoterapia si nega radicalmente se è considerata nella sua significazione “scientifica” di terapia che sia “messa-al-servizio” di una “entità” astratta: la “psiche” (la vita psichica); fuori di un contesto di reciprocità interumana»4.

L’essere-nel-mondo, di cui parlano Heidegger e Binswanger, è una locuzione che evidenzia la necessità dell’Esserci di essere in un mondo; senza mondo non vi può essere, né può essere concepito, un Esserci, e questo mondo è fatto di cose (Umwelt) ma soprattutto di persone (Mitwelt). L’essere-con (Mit-dasein) è una caratteristica costituzionale della nostra esistenza, che si struttura nell’interazione con l’Altro.
Scrive Galimberti (Psichiatria e fenomenologia, 1999, pag. 41.): «Ogni esistenza è originariamente una co-esistenza (Mit-dasein) che dischiude uno spazio psichico o vissuto che è poi il mondo che si ha in comune (Mit-welt)». E poi ancora «Il punto di partenza è l’umana presenza (Dasein) nel suo originario essere nel mondo (In-der-Welt-sein), senza distinzione tra “sano di mente” e “alienato”, perché sia l’uno che l’altro appartengono allo stesso “mondo”».

Uno dei fattori fondamentali dell’esistenza è quindi il rapporto costante dell’uomo con gli altri esseri viventi e quindi l’intersoggettività.
Il mito della mente isolata, che riconosce l’idea della mente come un’entità isolata e indipendente dai legami con gli altri, deve quindi essere superato, considerando che le esperienze emotivo-affettive sono in realtà sempre regolate e costituite all’interno di un contesto intersoggettivo. Lungo tutto il corso della vita l’esperienza affettiva si trova inserita in un sistema intersoggettivo in continua evoluzione.

Empatia, Counseling Filosofico

Questa ci porta a riconoscere e rivalutare i ruoli dello psicoterapeuta/counselor nel contesto della relazione d’aiuto, per cui l’incontro rappresenta una peculiare ed unica esperienza intersoggettiva, che si inserisce nella più ampia modalità di essere-con dell’esistenza.

Questo incontro è contemporaneamente esperienza universale e particolare, nel senso che contraddistingue l’essere umano nella sua modalità generale di essere nel mondo e, contemporaneamente, rappresenta una nuova ed unica esperienza di rapporto intersoggettivo, in cui sono coinvolti sia il paziente che il terapeuta.
L’unica realtà per noi accessibile nell’indagine dei vissuti e delle emozioni di un paziente è la realtà soggettiva e ogni attribuzione di realtà oggettiva non è che la concretizzazione di una verità soggettiva.
È perciò necessario tentare di comprendere il significato delle espressioni e degli stati affettivi del cliente, ponendosi in una prospettiva che sia interna e non esterna alla soggettività del paziente. Deve quindi essere allontanata ogni pretesa di conoscenza oggettiva della realtà del paziente, riducendo la grande influenza dei modelli teorici a cui si fa riferimento nel processo di conoscenza del mondo soggettivo del paziente.
La relazione d’aiuto è perciò una relazione unica e speciale, che consente la comprensione e la rielaborazione dei vissuti, insieme alla creazione di nuove idee e pensieri all’interno di uno specifico rapporto duale.

Karl Jasper, Empatia, Counseling Filosofico

La conoscenza dell’uomo e dei suoi vissuti

Karl Jaspers, durante il periodo che dedicò allo studio della psicopatologia, mise in evidenza il fatto che la psichiatria avesse a che fare non soltanto con astratte entità o con classificazioni di malattie, quanto con pazienti come individualità, con singole personalità, o meglio, con soggetti di esperienze vissute.
Jaspers distinse due fondamentali vie della conoscenza: la via del comprendere (verstehen) e quella del concepire (begreifen) o dello spiegare (erklären).
Nella Psicopatologia Generale scrive che quando consideriamo la vita psichica abbiamo a disposizione due vie: o ci trasponiamo interiormente negli altri, ci immedesimiamo con essi, comprendiamo, oppure consideriamo singoli elementi dei fenomeni nella loro connessione e nella loro successione in quanto dati, vale a dire spieghiamo.

Nell’atto conoscitivo del comprendere l’oggetto è la vita psichica come tale, la “cosa stessa”, mentre nello spiegare l’oggetto dell’atto conoscitivo sono i sintomi, i fenomeni della cosa stessa. I metodi del comprendere tengono quindi conto dell’elemento soggettivo, mentre quelli dello spiegare osservano elementi oggettivi.

Nel saggio L’indirizzo fenomenologico in psicopatologia, Jaspers distinse sintomi oggettivi e sintomi soggettivi. I primi sono percepibili sensibilmente, mentre i secondi non possono essere colti con gli organi di senso, né essere compresi razionalmente, ma possono essere afferrati solo mediante l’immedesimazione, l’empatia e la trasposizione nella vita psichica altrui.

Noi comprendiamo un’azione in base ai motivi, spieghiamo invece in modo causale un movimento attraverso gli stimoli nervosi.

Le relazioni comprensibili sono “connessioni tipico-ideali”, sono in sé evidenti, non conducono a teorie, bensì sono un criterio rispetto al quale vengono misurati singoli processi effettivi, che vengono conosciuti in modo più o meno comprensivo. Jaspers evidenzia così come vi sia uno spazio della realtà che sfugge al conoscere scientifico e che può essere colto solo utilizzando altre vie, come quella dell’empatia.

L’attività dello psicopatologo consiste nel fatto che non si può mai ridurre l’individuo a teorie psicologiche. Solo attraverso metodi diversi e molteplici punti di vista si può gettare uno sguardo sull’infinità del singolo individuo e superare la dogmaticità dei modelli psicologici, che pretendono di poter prendere e catturare il soggetto malato.

Il comprendere riconosce una fase statico-fenomenologica ed una genetico-dialettica. Solo quest’ultima consente di cogliere nel disagio psichico una concatenazione di motivi o ragioni e quindi di fornire un appagamento conoscitivo.
Mentre la conoscenza causale si spinge all’infinito, e perfino nei processi psichici ricerca cause ed effetti, il comprendere trova ovunque limiti.
Il comprendere, per la propria stessa essenza, non può mai condurre a teorie e quindi rappresenta una modalità che deve essere vissuta più che ridotta a schemi o modelli.
La via alla comprensione è quindi quella che passa attraverso l’empatia, strumento conoscitivo privilegiato e fondamentale, che insieme alla spiegazione ‒ vale a dire l’applicazione di una teoria scientifica ‒ può consentire la costruzione di una valida relazione e di una buona comunicazione.

L’empatia

Il termine empatia fu introdotto all’inizio del Novecento da Thedore Flournoy (1854-1920), psicologo svizzero, che la definì inizialmente intropatia, come equivalente del termine tedesco Einfuhlung. Sempre all’inizio del XIX secolo Theodor Lipps, filosofo dell’arte inglese, descriveva l’empatia come il processo di sentire da dentro le emozioni che si esprimono nei movimenti o negli atteggiamenti dinamici delle persone, negli oggetti estetici o negli scenari naturali.
Già Aristotele aveva descritto il potere purificante dell’anima nell’assistere ad una tragedia. Questo proprio perché la tragedia viene messa in scena sul palcoscenico della propria anima, nel momento stesso in cui la si guarda accadere sul palcoscenico reale. Il teatro è quindi la forma d’arte attraverso cui è più facile capire l’empatia; in esso infatti si verifica sia l’identificazione degli attori con i personaggi che stanno rappresentando, che quella più sottile degli spettatori con gli attori.

Rollo May definisce l’empatia il sentimento o il pensiero di una personalità che entra dentro un’altra, fino a raggiungere uno stato di identificazione.
Per Jung l’incontro di due personalità è come il contatto di due sostanze chimiche; se accade qualche reazione, entrambe ne saranno trasformate. Da qui ne deriva l’intendere l’incontro psicoanalitico come un fenomeno alchemico, in cui gli elementi sono rappresentati dalle componenti psichiche di entrambi gli individui che, incontrandosi, possono combinarsi o meno, dando vita a differenti gradi di empatia.

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Possiamo così intendere l’empatia come una comunicazione affettiva che segue un processo di identificazione. In tale stato di identificazione, ci si sente come dentro l’altro, nel senso che l’uno comprende la situazione dell’altro come se fosse nei suoi panni, tanto da aver la sensazione di perdere temporaneamente la propria identità.
La comprensione richiede identificazione; se ciò non accade non si potrà mai avere una piena conoscenza dell’altro, e quindi sarà compromessa ogni valida possibilità di intervento. L’empatia può avvenire e svilupparsi, così come può arrestarsi e regredire, in qualsiasi momento della relazione. Nella fase iniziale del rapporto è richiesta una particolare apertura, una diponibilità alla percezione di segnali (corporei, comportamentali, gestuali, verbali, …) che consenta di recepire, rielaborare ed infine riprodurre interiormente emozioni e stati d’animo. Ciò comporta una sorta di ricostruzione immaginaria del significato che la situazione ha per l’altra persona, così da comprendere il suo vissuto e i suoi significati.
Per avviare il processo empatico è fondamentale considerare la necessità di una conoscenza reciproca che porti il professionista a valutare attentamente le motivazioni che hanno indotto il cliente a richiedere aiuto, considerando i presupposti storici e il suo mondo di significati e valori (la Visione del Mondo). Contemporaneamente anche il cliente deve iniziare a conoscere il professionista, la sua disponibilità, la sua affidabilità, le sue competenze e le sue modalità di interazione, per potersi lasciare andare alla relazione. È perciò necessaria una fase di conoscenza, che avviene attraverso una apertura reciproca, che consenta l’avviarsi di una efficace comunicazione.

Una delle doti che deve sviluppare il professionista della relazione d’aiuto è la capacità di capire e provare i sentimenti, le emozioni, i vissuti del cliente, tentando di recepire il suo linguaggio, per parlare una “lingua comune”. Questo richiede l’entrare nei suoi “schemi mentali” e nel suo mondo di pensare. Attraverso il linguaggio, attraverso ciò che una persona ci dice, e il modo in cui lo dice, è possibile comprendere il suo modo di pensare: i termini utilizzati, la complessità o semplicità di un pensiero, la sua chiarezza o confusione, la velocità e prontezza oppure la sua lentezza riflessiva, sono tutti elementi che ci indicano un modo di funzionare della mente del nostro interlocutore.
Vi deve essere come un processo di adeguamento del professionista al cliente, tale da arrivare a mettersi sullo stesso livello comunicativo, in modo da rendere fluida e scorrevole la comunicazione.

L’empatia pone le basi per un valido rapporto, indispensabile per consentire la rielaborazione di pensieri ed emozioni. Infiniti sono gli elementi che intervengono nelle relazioni e spesso avvengono ad un livello inconscio, agendo spontaneamente, fuori da un possibile controllo.
Le domande di fondo da porsi sono infine del tipo: queste due persone possono lavorare bene insieme? C’è un giusto grado di sintonia? Vi è tra essi la possibilità di una relazione produttiva?
Se non si instaura un giusto grado di empatia, se non vi è sintonia del sentire, se non si sviluppa un rapporto di reciproca fiducia, se il cliente è diffidente, se non è convinto di ciò che sta facendo, o del professionista stesso, se dimostra ostilità o se in genere viene percepita una mancanza di una serena collaboratività, è meglio soffermarsi e verificare la possibilità di un proseguimento, o addirittura valutare la sospensione degli incontri, ed inviare ad altro professionista.

La comunicazione e la comprensione empatica

L’empatia è una funzione psichica complessa che rende possibile un particolare livello di comunicazione tra esseri umani. Essa richiede un assetto recettivo che consenta di percepire, acquisire e rielaborare un gran numero di informazioni.
Usualmente nella comunicazione tra esseri umani si considerano due livelli di comunicazione: quello verbale e quello non verbale. Il linguaggio verbale non è solo una modalità tecnica o grammaticale di comunicare, poiché vi sono in esso aspetti “non linguistici” che giocano un ruolo fondamentale, come per esempio il tono di voce, la velocità della parola, pause e silenzi. Questi elementi secondari posso rivestire un ruolo importante nella qualità della comunicazione e nella possibilità di sviluppare un buon rapporto empatico. Spesso si dice che sia più importante come si dice una cosa rispetto a quello che si dice, evidenziando l’importanza delle modalità rispetto ai contenuti.

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Solo se si è veramente entrati nell’altro, se lo si è profondamente conosciuto e compreso nel suo modo di vedere e di sentire, nel suo mondo di valori e di significati, sarà possibile riuscire a rispondere in modo coerente, adeguato e in sintonia con il cliente.

Meccanismi biologici dell’empatia

Come abbiamo accennato l’empatia è in psicologia un fenomeno noto da tempo, ampiamente studiato e praticato. Solo in tempi recenti sono però emersi elementi che sono stati in grado di evidenziare i possibili meccanismi neurobiologici alla sua base. La scoperta risale alla fine degli anni 80 quando un gruppo di ricercatori identificò per caso l’attivazione di gruppi di neuroni in scimmie Macacus Rhesus, nel corso di uno studio sulla corteccia prefrontale e sui meccanismi di controllo dei movimenti.
Queste aree furono definite neuroni specchio poiché si attivano quando un individuo esegue un’azione, così come anche quando lo stesso individuo osserva la medesima azione compiuta da un altro soggetto. In questo modo il solo osservare un’azione attiva le regioni cerebrali dell’osservatore, analoghe a quelle che si attivano durante l’azione stessa (Rizzolati, 2006).

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