Nuova Rivista di Counseling Filosofico | Lorella Chiapatti


Soggetti in gioco fra professionalità e umanità


Abstract

Il lavoro è un’attività complessa che coinvolge corpo e mente ma non solo; implica infatti costi energetici perché si fonda su relazioni tra individui. Proprio per questo il lavoro è capace di creare ricchezza sia in ambito economico sia in ambito sociale ma anche nella sfera individuale: il tutto se si parte da un’ottica di apertura e complessità. Vorrei dimostrare che a pieno merito e diritto la filosofia può aiutare la persona in veste di lavoratore e/o lavoratrice a districarsi nel complesso mondo del lavoro.

Parole chiave: lavoro – eudaimonia – comunità – ricerca – atteggiamento filosofico

Il mercato del lavoro ci offre una prospettiva in continua evoluzione, non solo dal punto di vista economico ma soprattutto dal punto di vista relazionale e sociale. La stessa concezione del lavoro sta cambiando e con essa si modificano le organizzazioni, i processi, gli attori, le relazioni e di conseguenza gli esiti di tali rapporti e i suoi significati.
Le discipline che s’intersecano nel tentativo di spiegare e rappresentare le caratteristiche delle nuove forme di lavoro e di supportare gli attori coinvolti in tale processo sono molteplici: dall’economia alla sociologia, dalla giurisprudenza alla psicologia del lavoro e delle organizzazioni appunto. Ritengo che ci possa essere un’altra disciplina atta a questo compito ed è la Filosofia.
Importanti cambiamenti economici e sociali hanno attraversato tutte le economie “globalizzate”: uno dei risultati più rilevanti scaturiti dalla trasformazione economica è rappresentato dalla riduzione della cosiddetta “stabilità” lavorativa a fronte di una sempre più dilagante “discontinuità e incertezza” che viene oggi definita nella maggior parte dei casi “flessibilità”.

Il fenomeno del lavoro “flessibile” ha interessato e coinvolto le nuove generazioni ovvero tutte quelle persone che oggi si apprestano ad affrontare per la prima volta il mercato del lavoro. I giovani sono a tal riguardo molto più abituati e preparati a questa situazione di flessibilità rispetto alle generazioni più vecchie che invece si trovano prive di occupazione tradizionalmente intesa e devono fare i conti con un mondo del lavoro trasformato a loro del tutto sconosciuto.
In tutti questi casi comunque il lavoro è sempre stato visto come atto a costituire profitto e sussistenza e solo raramente viene ad essere inglobato o identificato a pieno titolo con la vita stessa. L’idea che mi sta a cuore e che ho posto al centro del mio contributo in azienda, è stata quella d’inserire a pieno merito il lavoro all’interno della vita stessa. Ritengo che sia possibile svolgere la propria professione con lo stesso entusiasmo che si ha nel compiere ogni atto della propria esistenza. Anche il lavoro come un qualsiasi altro ambito della vita può rispondere alla domanda di senso che ogni persona si fa e può essere esso stesso propulsore per la generazione di un plusvalore esistenziale e di conseguenza creatore di felicità.
La filosofia in questo processo mi ha aiutato molto a cogliere il significato della parola “felicità” che spesso, per mancanza di riflessione, viene confusa con la parola “estasi” o “una vita senza sofferenze”.

Il termine greco per indicare la felicità è “eudaimonia”, che nel suo significato originario, va tradotto con l’espressione “avere un buon Demone”; ovvero, essere abitati da divinità capaci di assicurarci una vita prospera dal punto di vista materiale. Erano, così, felici quegli uomini, quelle città o quelle regioni con un elevato benessere materiale. In seguito, grazie soprattutto alla riflessione filosofica, il termine è stato interiorizzato, rivestito di un abito etico e, quindi, riferito all’intimità dell’uomo e al connesso esercizio della ricerca di senso:

Condizione eudaimonica è la condizione, individuale e collettiva, personale e organizzativa, che permette a coloro che lavorano non solo di essere pienamente ciò che sono, ma che consente alle possibilità del loro essere, alla loro realizzazione in quanto persone. L'eudaimonia lavorativa è quindi la condizione appropriata all'apparire della persona sul lavoro, alle possibilità di una sua azione e di un suo discorso. Essere lavorativamente felici significa stare nella duplice condizione eudaimonica: nella condizione di compiere azioni, dando così nuova e continua nascita a ciò che siamo, e nella possibilità di agire comunicativamente, rivelando a noi e a coloro che ci circondano la nostra identità e il senso del nostro fare.Alberto Peretti, filosofo del lavoro, Il lavoro felice,

Un famoso Sutra buddista “Il Sutra del Loto” afferma che non esiste un percorso verso la felicità ma la felicità è il percorso.
E’ il percorso verso la felicità a determinare la felicità stessa, tale considerazione dà una straordinaria importanza al concetto di felicità e trasmette un senso di profonda completezza, ma credo che si riesca a coglierne l’essenza solo attraverso l’esperienza diretta.
L’esperienza diretta la si può fare anche nell’ambito lavorativo, solo nella misura in cui si considera il lavoro come un aspetto della nostra esistenza e non una parentesi alla vita dove vestiamo i panni del “dover essere” e non dell’ “essere”.
Nel “dover essere” non ci poniamo tante domande, agiamo per ottenere benefici materiali e sociali e appaghiamo, nella migliore delle ipotesi, il nostro ego, manifestando, quando ci viene permesso, il nostro potenziale.
Nell’ “essere”, le domande affollano la mente, e le risposte cercano un senso alla nostra esistenza e ci permettono di vivere una vita piena e di valore dove ci possiamo ancora stupire e ci accorgiamo non solo delle nostre potenzialità ma anche di quelle degli altri.

Personalmente ho cercato di accompagnare le nuove generazioni nel mondo del lavoro puntando soprattutto sul concetto che la vita, e di conseguenza il lavoro, sono un processo di continue sfide e di ricerca di senso, considerando che solo chi conduce un’esistenza simile potrà realizzare una crescita infinita. In questo periodo di cambiamenti turbolenti le persone hanno bisogno di vitalità per affrontare gli eventi della vita, di saggezza per aprire il tesoro della conoscenza e di molto impegno per promuovere una cultura dei valori.

Nello svolgere tale compito l’approccio filosofico è risultato di grande utilità e questo dimostrerebbe che oltre alle molteplici discipline citate precedentemente anche la filosofia può rientrare a pieni titoli come supporto dentro il mondo del lavoro e della sua complessità. Se si considera il lavoro una parte integrante della vita di una persona, non si può fare a meno di considerare l’indagine filosofica una necessaria attività che ne garantisce un supporto finalizzato al miglioramento dello svolgere il lavoro stesso.

Il lavoro così rivisitato non è più una pausa dalla vita ma è una componente vitale ed essenziale della vita stessa e per tale ragione necessita di riflessione, ricerca, studio e una formazione adeguata come tutti gli ambiti dell’esistenza. Secondo me, la dimensione esistenziale dell’uomo ha per sua natura quella di tendere al ben-essere, ecco perché ho scelto come scenario filosofico concettuale che sottende il contributo nelle aziende, lo studio dei principi fondamentali del Buddismo. Secondo questa antica filosofia la fede è uguale alla vita quotidiana, dove per fede nel Buddismo s’intende la fiducia nella possibilità di essere felici in questa esistenza in tutte le sue manifestazioni. Nella Proposta di Pace 2006, il presidente della Soka Gakkai, l’organizzazione laica buddista giapponese, Daisaku Ikeda cita Montaigne che tra le altre cose dice:
“Comporre i nostri costumi è il nostro compito, non comporre dei libri, e conquistare non battaglie e province, ma l'ordine e la tranquillità alla nostra vita. Il nostro grande e glorioso capolavoro è vivere come si deve.
Tutte le altre cose, regnare, ammassare tesori, costruire, non sono per lo più che appendici e ammennicoli.”

Molte allora le domande che nascono dopo tale riflessione: e se faccio un lavoro che non mi piace? E se i miei colleghi non mi apprezzano? E se il mio capo non mi capisce e mi sfrutta?

Tali domande sembrano contraddire l’assunto lavoro=vita=benessere, invece sono proprio le stesse domande che spingono alla riflessione. Ecco quindi che si arriva all’importanza di poter utilizzare la conoscenza, la saggezza e le mappe che la filosofia ha sapientemente disegnato dalla sua nascita ad oggi, per cercare delle soluzioni che possano evitare di pensare alla netta separazione tra vita e lavoro. Il pensiero e le riflessioni di Alberto Peretti, Counselor filosofico e docente di Counseling Filosofico presso la Scuola Superiore di Counseling Filosofico di Torino, sono stati illuminanti e in linea con la mia concezione filosofica buddista e mi hanno permesso di approfondire ulteriormente l’intento del mio lavoro. Secondo il docente il lavoro è diventato un’attività strumentale alla vita e non è mai un’occasione di “buona vita”.

All’economia, come fin ora è stata intesa nell’occidente capitalista, fa molto comodo questa dicotomia tra vita e lavoro, in quanto permette di giustificare molte azioni di scarsa moralità, anche se i risultati, a ben vedere, non sono dei migliori.
Il lavoro non deve essere marginalizzato nella vita per contrastare il potere economico che devasta, ma al contrario deve essere messo al centro come occasione di crescita non solo materiale ma anche spirituale, sociale e morale.

Alla luce delle rivendicazioni sostenute da qualche decennio da più parti a favore di una filosofia da praticare come stile di vita e come “cura di sé”, e qui mi ricollego al pensiero di Hadot quando spiega che la filosofia antica, quantomeno da Socrate allo stoicismo romano, consisteva “in un’arte di vivere, in un atteggiamento concreto, che impegna tutta l’esistenza» e «non si situa solo nell’ordine della conoscenza, ma nell’ordine del «Sé» e dell’essere» determinando «una trasformazione della visione del mondo e una metamorfosi della personalità” , il mio obiettivo è quello di creare nel mondo del lavoro, a partire dai giovani neoassunti in azienda, una sempre più ampia “Comunità di ricerca filosofica”.

Filosofia e ricerca sono viaggi verso saperi che devono valere sempre e dovunque, nei luoghi che possono sembrare i meno deputati, come un’azienda di lavoro, ma che, a ben guardare, sono i luoghi dove l’agire dell’esperienza permette la riflessione.
Vorrei dimostrare che l’attivazione di un percorso di pratica filosofica che abbia come sua finalità la creazione di una “Comunità di ricerca filosofica” rende manifesta tutta la sua valenza nel contesto aziendale. Questo perché è grazie alla maturazione di tale comunità che la circolarità del pensiero e la condivisione dialogico-argomentativa possono sviluppare un lessico comune, sostenuto dalla comprensione profonda dei concetti implicati e delle motivazioni individuali e di conseguenza la creazione di spazi comunitari, favorenti la collaborazione e la cooperazione, e la stessa possibilità di sanare conflitti più o meno latenti attraverso la chiarificazione dialogica.

Pur seguendo alcune linee guida delle pratiche filosofiche più conosciute, non ho scelto nessun metodo specifico e strutturato ma ho cercato di assumere un “atteggiamento filosofico”. Per me assumere un atteggiamento filosofico ha voluto dire accogliere autenticamente il soggetto umano, mettendo fra parentesi tutte le sovrastrutture teoriche e dottrinali che possono diventare fattori d'impedimento al buon contatto diretto con le persone.

Questa riflessione sull’atteggiamento filosofico, che io ritengo molto incisiva e vicina al mio sentire, in realtà non è stata scritta da un filosofo ma da un noto psicoterapeuta, Joseph Henderson, uno dei primi discepoli di Gustav Jung.
Due paiono i concetti-chiave fondamentali cui le nuove pratiche filosofiche fanno riferimento: complessità e concretezza.
Grazie alla complessità, la filosofia s’interroga sulle sue relazioni con le scienze umane ed esatte, curvandosi ad una dimensione epistemologica ampia e ricca di stimoli.
Per la dimensione della concretezza, invece, la filosofia è spinta a re-inventarsi in un orizzonte orientato all’agire e questo delinea da un lato nuove professionalità e metodi d’intervento nell’area di agio e disagio esistenziale e d’altro canto recupera centralità e valenza pratica per il filosofare stesso.

Filosofia in Aziende

Partendo dalla mia personale concezione filosofica che attribuisce al lavoro una centralità nella vita della persona e che non può essere relegato a mero strumento produttivo, ho elaborato, nell’azienda con dei gruppi di neoassunti cinque sessioni all’insegna della ricerca della “felicità nel lavoro”.

La ricerca della felicità sembra molto distante dal mondo organizzato di un’azienda ma, a ben guardare, è la mancanza di questa ricerca che provoca i peggiori disagi alle persone. La felicità intesa come “eudemonia” è la felicità intesa come scopo della vita. Un viaggiare verso, che non bisogna tralasciare in nessun ambito della propria esistenza, nemmeno nel lavoro, che occupa gran parte del tempo della vita di una persona.

Se ci dimentichiamo di questo scopo e consideriamo il lavoro un semplice mezzo per la nostra sussistenza materiale allora ci troviamo a soffrire di quel senso d’insoddisfazione che non si manifesterà solo nel lavoro ma nell’intera esistenza.

Possiamo anche trovarci a fare un lavoro che ci piace ma in un contesto difficile o insieme a persone poco affini o ancora peggio un lavoro che non ci piace in un ambiente che riteniamo ostile, ma se noi non perdiamo di vista lo scopo, che è “la felicità”, il luogo, le persone, il contesto, il lavoro stesso, possono essere stimoli per la nostra ricerca.
Il lavoro può diventare occasione di crescita non solo materiale ma anche spirituale e sociale, per chi persegue il suo scopo, per chi non perde di vista il fine ultimo della propria esistenza: una vita degna di essere vissuta nel rispetto di sé e degli altri.


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