Nuova Rivista di Counseling Filosofico N°15 | Dr.ssa Marcella Bricchi


Il Counseling Filosofico nella prevenzione del disturbo psichico

Tra le emozioni cosiddette fragili, possiamo citare la timidezza e la tristezza che ‒ come ben sappiamo ‒ sono sentimenti che possiamo tutti aver provato nella vita con particolari risvolti in certe fasi della nostra esistenza. –Marcella Bricchi

..emerge chiaramente che il “sentire” del counselor filosofico, nella più remota possibilità dello sviluppo di un’esperienza psicotica, può spianare la strada alla conoscenza clinica e quindi alla diagnosi di un eventuale disturbo psichico al suo esordio. –arcella Bricchi


Abstract

Esistono situazioni precliniche di malessere non patologico in cui non è ancora possibile fare una diagnosi, non essendo ancora classificabili come vero e proprio disturbo psichico, che non precludono ma, anzi, auspicano un intervento di Counseling Filosofico, parallelamente all’approccio di tipo psichiatrico e farmacologico, in un rapporto di collaborazione e complementarità.
La filosofia, in questo senso, assume una notevole importanza nella sua funzione educativa di elezione e la rilevanza di un catalizzatore conoscitivo e di comprensione che non è parzializzazione, ma azione mirata all’ottenimento di uno stato di benessere generale.

Parole chiave: prevenzione ‒ disturbo psichico ‒ disagio esistenziale

Introduzione

Nel mio progetto di tirocinio ho voluto occuparmi di persone che già conoscevo e che, in qualche modo, hanno partecipato agli eventi della mia vita in tempi diversi, ma con i quali ho instaurato un rapporto di confidenza e di empatia ancora prima di addentrarmi nelle loro vicissitudini esistenziali.
L’esperienza si è rivelata, dal canto mio, estremamente interessante in quanto sono emerse tematiche molto differenti l’una dall’altra, variando dalle difficoltà sul piano lavorativo e con i colleghi, alle incomprensioni familiari, sia all’interno delle relazioni di coppia, che nei rapporti con i genitori e con i parenti.
Ho notato che tutte le problematiche da loro messe in luce hanno alla base un comune denominatore che è il disagio esistenziale, consistente nel non sentirsi accolti e compresi nelle situazioni che si trovano a dover fronteggiare e dalle persone da cui sono circondati, come se in qualche modo si sentissero estranei a certe dinamiche a cui devono adattarsi ma in cui non si sentono autentici.
Ritengo che molte volte le persone che si trovano ad affrontare qualche forma di disagio esistenziale cerchino di trovare da sé una soluzione al loro problema, spesso chiudendosi e rinunciando all’aiuto che un professionista del campo, quale può essere il Counselor Filosofico nel caso specifico, può offrire loro per individuare una “stradina”, così come è stata definita da Paola, una mia consultante, o avere un’intuizione risolutiva.

Master di Specializzare in Counseling Filosofico

È stato proprio il caso di Paola a orientarmi verso il tema del mio progetto di tirocinio, sottolineando l’importanza del Counseling Filosofico come strumento d’intervento nei casi in cui l’aggravarsi di una forma di depressione esistenziale o di disagio “dell’anima” possa trasformarsi in un vero e proprio disturbo psichico.

Lo scopo del Counseling Filosofico, in questo senso, è di orientare il consultante all’accettazione del fatto che il dolore interiore, così come quello fisico, sia parte essenziale della nostra sofferenza, anzi affinché esso rappresenti un elemento che consenta la valorizzazione del suo opposto.

Al di là di questo controllo razionale, subentra il teatro della “follia” che è appunto il regime della polivalenza, in cui saltano tutte le categorie di spazio e di tempo, come accade nei sogni e nelle situazioni d’amore e in cui si assiste ad una vera e propria sospensione di questo sistema di regole dominato dalla vigilanza della ragione.

Il Counseling Filosofico può in questo modo aiutare il cliente a guidare, canalizzare questa dimensione predominante della follia che è insita in noi, in modo da riuscire a dominarla, potenziando da un lato la nostra creatività e, dall’altro, imparando a gestire quei momenti di sofferenza che rappresentano una precondizione delle sue più temibili manifestazioni in termini di disturbo psichiatrico.

Nel testo Angoscia esistenziale, Lodovico Berra spiega come sia difficile per un individuo accettare l’idea della sofferenza e riconoscerla come parte essenziale e integrante della nostra vita al punto da attribuire una diversa percezione del mondo, aprendo la coscienza ad una visione più ampia e profonda, orientata verso la trascendenza.

Dr.ssa Marcella Bricchi, Counselor Filosofico Professionista

Vivere la fragilità come punto di forza

Se ci si rende conto della fragilità come componente di cui l’uomo è naturalmente caratterizzato, si capisce come quest’ultimo abbia bisogno dell’altro per poter vivere. Dalla coppia alla comunità, si crea così una forza ricostituente di una nuova società dove la fragilità è vista come elemento di condivisione e di solidarietà umana. Quest’ultima è diversa dalla debolezza, in quanto non si tratta di un deficit o di una malattia ma di un elemento che definisce l’uomo con i propri limiti, perché in essa c’è già comprensione di questi.
È una prospettiva di cambiamento in cui noi non dobbiamo prescindere dalla necessità di interagire e trovare un supporto nella relazione con l’altro: «La fragilità è il nostro destino, certo, ma essa nasce, si svolge e si articola in una stretta correlazione con l’ambiente in cui viviamo, e cioè con gli altri da noi».

Credo che una visione di questo tipo permetta la costruzione di una forma mentis in cui le normali passioni ed emozioni umane individuali non vengano considerate come un elemento di disagio e di diversità in una realtà in cui forza e potere fanno da padrone, ma come caratteristiche di un individuo perfettamente sano e in grado di condurre una vita normale sia dal punto di vista lavorativo che relazionale.

Bisogna ripartire da questa condizione di uomo «attaccato nel vuoto al suo filo di ragno» (La pietà di Ungaretti), apprezzando la capacità di chiedere aiuto senza maschere pirandelliane, facendo in modo che i nostri limiti siano considerati assolutamente umani e integrabili nella rete sociale in cui viviamo: «La fragilità fa parte della vita, ne è una delle strutture portanti, una delle radici ontologiche» - Ivi, p. 6.

Questo implica una capacità di mostrarsi per quello che si è, confidando in uno scambio di fragilità nel rapporto con l’altro e quindi anche in una relazione di aiuto quale il Counseling Filosofico.
Vanno indicati per il counselor filosofico, così come per le altre terapie di aiuto, anche tutti quegli errori valutativi che si commettono nel voler creare il dominante in un atteggiamento troppo direttivo o autoritario, perché il consultante finirà per sentirsi vittima di un giudizio e quindi più a rischio di una degenerazione in una vera e propria debolezza in termini di disagio con connotazioni psicopatologiche.

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Per vivere in questo modo, credo che occorra avere fiducia nel rapportarsi agli altri esseri umani, una fiducia che si basa sulla serietà, sulla coerenza avvalorata dal significato dei vissuti che hanno segnato la nostra storia personale.
A questo proposito mi sento di segnalare che chi si impegna in una relazione di cura, quale il counselor filosofico, debba essere un esempio assoluto di straordinaria integrità e forza interiore, anche se certamente cerca di migliorare la propria esistenza avvalendosi dell’aiuto che una relazione e un confronto con un consultante può sortire.
Allo stesso modo in cui Freud ritiene che lo psicoterapeuta debba essere «sufficientemente sano, ed essere stato in odore di malattia, tanto da comprendere quella dell’altro, in particolare la malattia di vivere», così il counselor filosofico deve essere in grado di capire il disagio di chi ha di fronte, avendo anche vissuto stati analoghi di fragilità esistenziale.

Tra le emozioni cosiddette fragili, possiamo citare la timidezza e la tristezza che ‒ come ben sappiamo ‒ sono sentimenti che possiamo tutti aver provato nella vita con particolari risvolti in certe fasi della nostra esistenza.

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Dr.ssa Marcella Bricchi, Counselor Filosofico Professionista

Comprendere il dolore

Già nell’ambito della letteratura si è parlato di esperienza di dolore; lo scrittore italiano Carlo Emilio Gadda ha proprio scritto un libro al riguardo, La cognizione del dolore, in cui affronta il tema di una sofferenza che è dentro al corpo, ma anche e soprattutto dentro l’Io, cioè qualcosa che riguarda l’uomo nella sua interezza.

Lo psicologo e filosofo Jean Piaget, considerato il fondatore dell’epistemologia genetica, ovvero dello studio sperimentale delle strutture e dei processi cognitivi legati alla costruzione della conoscenza nel corso dello sviluppo, aveva compiuto al riguardo una distinzione tra Sciences de l’hommes e Sciences du particulier.
Il Counseling Filosofico è una disciplina che si occupa dell’uomo nella sua interezza (in toto), deve cioè comprendere l’esistenza di un dolore che non nasce dagli organi e che deve essere affrontato con strumenti che esulano da quelli specialistici.

La cognizione del dolore può anche spesso legarsi al dolore dell’altro, dal momento che si tratta di un dolore che non ci appartiene ma si riflette in noi attraverso l’altro; da qui si capisce che l’uomo è per definizione l’animale che ha la coscienza dell’altro. Secondo Heidegger, «dal momento che l’essenza della condizione umana è il con-essere, la comprensione dell’essere dell’esserci non ha come riferimento un punto-io-isolato, ma un ente che è sempre un con-esserci-nel mondo».
In questo modo si riesce a “gettare un ponte ontologico” tra sé e l’altro e la comprensione diventa l’insieme delle possibilità in cui l’esserci diventa esistente: «La comprensione dell’aver cura è orientata dall’intenzione di cogliere ciò di cui l’altro ha necessità per attualizzare le possibilità del suo esistere proprio; capire ciò di cui l’altro ha necessità vitale significa mettersi in contatto con il centro della sua realtà esistenziale» - L. Mortari, Filosofia della cura, Raffaello Cortina Editore, Milano 2015, p. 189.

È quindi evidente che esistenza e intersoggettività sono strettamente connesse, al punto che la perdita, la mancanza o l’abbandono dell’altro possono provocare dolore, si consideri ad esempio il caso del lutto. Se collochiamo pertanto il dolore all’interno di una condizione umana, riusciremo a tollerarlo meglio e a valutare la possibilità di chiedere l’aiuto dell’altro che, analogamente a noi, vive o ha vissuto in una condizione di sofferenza simile alla nostra.

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Psichiatria fenomenologica e filosofia

Alla luce dei vari indirizzi metodologici e impostazioni teoriche della recente psichiatria, che si riflette in metodi terapeutici radicalmente differenti, ci si chiede se abbia ancora un senso parlare di quella fenomenologia esistenziale, che ha avuto il suo apice nei lavori e nella riflessione di Ludwig Binswanger.
Si avverte al riguardo un senso di avversione, quasi come se si trattasse di un elemento disturbante soprattutto negli ambienti più fortemente dominati dal cosiddetto “riduzionismo” biologico che trattano il paziente alla stregua dell’unica dimensione organicistica di Körper evitando ogni ragionamento sulle fondazioni teoriche della psichiatria.
Dal momento che la psicologia riconosce nella soggettività la sua area d’indagine, cosa si può rispondere quando si osserva che la soggettività non può essere riconosciuta da nessuna scienza?
A mio parere, non esiste psichiatria che non sia legata nella sua prassi a premesse teoriche e quindi filosofiche: la più rigorosa e la più coerente affermazione della necessità della psichiatria di riflettere sulle sue radici, la dobbiamo a Binswanger.

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Operare una riorganizzazione, un riordinamento mentale è già un’opera di prevenzione possibile nel predelirio (Wahnstimmung) in quanto questo costituisce uno stato di disequilibrio generale che tuttavia non è ancora scoppiato nella patologia. È come se la follia umana, mutatis mutandis, potesse ingabbiarsi in queste forme pure o apriori dello spirito che si disincarna, o della materia che si despiritualizza.
In questo cammino misterioso dell’utopia, come viene spesso considerato questo approccio fenomenologico-esistenzialista, si persegue il tentativo di elaborare un pensiero che non sia gelido come tende ad essere quello della psichiatria organicistica riduzionistica che guarda solo agli psicofarmaci come all’unica zattera salvifica, ma che si mantenga sempre viva questa continua associazione ad un pensiero leopardianamente emozionale di cui la disperazione e la solitudine di un malato si fa carico.

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