Nuova Rivista di Counseling Filosofico | Chiara Santoriello


Il progetto esistenziale e il problema della scelta
Counseling Filosofico individuale di un caso-limite


Abstract

L’articolo descrive un caso di counseling individuale in cui si evidenzia come l’approccio filosofico possa accostarsi a quello di altri settori (psicologia, psicosomatica, psichiatria) offrendo un’analisi diversa e complementare, che trascende l’individuo e lo osserva nella sua complessità e interezza. Questo approccio ha permesso di ricondurre molte delle vicende della consultante all’interno di un orizzonte di senso che ne ha spiegato l’origine, ossia la crisi esistenziale nel momento di passaggio dall’età della giovinezza all’età adulta.
Il metodo con cui sono state condotte le sedute ha utilizzato, come chiave di lettura, quella del tempo interiore, analizzato da un punto di vista fenomenologico ed esistenziale. Punti cruciali del percorso di counseling sono stati il problema della scelta e del progetto esistenziale, due aspetti intrinsecamente e reciprocamente legati tra loro. Nella conduzione dell’analisi è risultato fondamentale il riferimento al pensiero di Martin Heidegger e di Søren Kierkegaard per i concetti di morte, possibilità, angoscia e disperazione.
Questo percorso ha consentito una chiarificazione del mondo interiore della consultante, che ha permesso di liberarla dalle catene inautentiche del suo passato al fine di affacciarsi con più consapevolezza a un concreto e più realistico progetto esistenziale futuro.

Parole chiave: scelta – progetto esistenziale – crisi esistenziale – angoscia

Introduzione

«Educarsi a un’estetica dell’esistenza». In questo modo, Franco Volpi, definiva il compito della filosofia nelle sue lezioni universitarie sull’opera Essere e tempo di Martin Heidegger. Così come l’artista, attraverso ogni singola incisione sulla pietra, fa emergere dal marmo la sua opera perfetta, allo stesso modo, l’essere umano, attraverso ogni sua singola scelta, da forma ogni giorno all’opera d’arte della sua vita. Fatta un’incisione non si può tornare indietro, la pietra è ormai scolpita.
Similmente accade anche nella nostra vita, dove ogni scelta determina una rotta che esclude tutte le altre vie e dove non c’è possibilità di modificazione, se non guardando al futuro, a nuove scelte che possano dare nuova luce al nostro irreversibile passato.

Riflettendo su quello che è il compito ultimo della pratica di counseling filosofico, ho sentito come ricorrente il problema della scelta, leitmotiv all’interno di svariati settori (non solo nel counseling individuale, come il caso che proporrò ma anche, ad esempio, in campo bioetico o clinico). Partendo da questo fulcro, è stato poi inevitabile il collegamento al tema più ampio del progetto esistenziale. Si tratta, infatti, di due aspetti intrinsecamente collegati: da un lato, non c’è scelta autentica senza una profonda e vera riflessione sul proprio progetto esistenziale, senza un quadro esistenziale dal respiro più ampio entro il quale tale scelta è inserita; dall’altro, non c’è la possibilità di realizzazione di tale progetto esistenziale senza la messa in atto di scelte autentiche.
Durante la pratica del counseling filosofico risulta pertanto fondamentale considerare il progetto esistenziale e le possibilità concrete che il consultante ha a disposizione per realizzarlo. L’identificazione, la presa di coscienza e la chiarificazione di mete e obiettivi contribuisce a definire e dare forma all’esistenza, orientandola verso la sua «forma bella».
Come vedremo nel concreto, il progetto esistenziale può essere autentico o inautentico e le sue possibilità di realizzazione possono essere intersoggettive (Io-Altro). Le scelte che, di volta in volta, si possono presentare sul cammino esistenziale, possono essere collegate al sentimento dell’angoscia. Come ha sottolineato Michele Torre, questo sentimento compare, in particolare, quando la scelta appare determinante per le ulteriori possibilità nell’ambito del progetto esistenziale (ecco emergere, ancora una volta, la cruciale relazione tra queste due tematiche).

Il metodo utilizzato nella conduzione di questo caso ha sempre mantenuto, come riferimento, l’attenzione rivolta alla dimensione temporale della consultante. A partire dalla concezione del tempo e del suo vissuto interiore, si è cercato di giungere alla formulazione del problema filosofico su cui lavorare, inserendolo all’interno della sua personale visione del mondo. Nell’utilizzo di questo metodo mi sono ispirata agli insegnamenti dei grandi maestri della psichiatria fenomenologica (Minkowski e Binswanger), per la quale un aspetto di particolare rilievo è il rapporto dell’umore con la coscienza temporale, vale a dire la relazione tra affettività e temporalità.
Il caso preso in analisi, ispirato a una storia vera, ha permesso di riflettere su varie questioni filosofiche legate alla scelta e al progetto esistenziale. Come verrà chiarito, l’intuizione dell’inautenticità di un progetto esistenziale originariamente sentito come autentico e l’assenza di uno nuovo e più autentico, hanno gettato la consultante nella dimensione dell’angoscia.
Vari sono stati i grandi pensatori “accorsi in nostro aiuto” per questo caso. Un ruolo importante è stato svolto, in particolare, dal pensiero di Martin Heidegger e Søren Kierkegaard. Heidegger si è rivelato fondamentale per le categorie di autentico/inautentico e per le riflessioni legate al concetto di morte. Per quanto concerne la questione della scelta, ho fatto ampiamente riferimento al pensiero di Kierkegaard. Ciò che, infatti, costituisce il segno caratteristico dell’opera e della personalità di questo filosofo è l’aver cercato di ricondurre la comprensione dell’intera esistenza umana alla categoria della possibilità e di aver messo in luce il carattere negativo e paralizzante della possibilità come tale.
Si è tentato, infine, di ricondurre tutti questi spunti filosofici a delle conclusioni concrete e specifiche in modo che potessero risultare immediatamente utili nel processo di azione della consultante.
Il seguente lavoro si addentra immediatamente nella descrizione delle sedute con la consultante: tutti gli aspetti metodologici e filosofici perseguiti nella conduzione degli incontri sono, pertanto, direttamente integrati nella presentazione del caso pratico.

Sara: counseling filosofico individuale di un caso-limite

In seguito è riportato il caso di Sara, una ragazza italiana di 25 anni.
Ciò che viene descritto è una rielaborazione ispirata a una storia realmente accaduta.
Sara, in realtà, non intraprese mai un percorso di counseling filosofico ma intuì che in questo tipo di pratica avrebbe potuto chiarire molti dei suoi dubbi irrisolti e a dare una visione organica agli apparentemente frammentari eventi della sua vita. Si è cercato, pertanto, di immaginare e descrivere nel dettaglio tutti i passaggi che avrebbero potuto prendere forma nel percorso di counseling filosofico con Sara.
La descrizione si concentrerà sui primi sei incontri con la consultante poiché si sono rivelati quelli maggiormente “urgenti”, dove è stato svolto un importante lavoro iniziale di “riordino” del suo mondo interiore. Ciò non esclude che questi incontri sarebbero potuti continuare con nuovi obiettivi e aspetti esistenziali da prendere in analisi. Nei nostri dialoghi l’interlocutore “C” è il counselor, mentre “S” è la consultante, in questo caso, appunto, Sara.

Presentazione del caso e prima seduta: fase empatica o del rapporto

Ho definito quello di Sara come un “caso-limite” poiché, sin dal nostro primo incontro, la giovane ha presentato una situazione complessa che sfociava, in parte, anche nel campo della psicologia. Ho deciso di accogliere ugualmente questa richiesta di intervento dal momento che, nonostante la molteplice “stratificazione” delle sue questioni, la consultante mi aveva consapevolmente contattato con l’esigenza di rileggere con un “atteggiamento filosofico” gli eventi della sua vita.
Sara parla velocemente, forse anche per l’imbarazzo di mettere a nudo la sua storia dolorosa che, come dichiara, non racconta mai molto volentieri. Mi spiega che questo preambolo risulta obbligato perché i suoi problemi sono indirettamente collegati a questo passato.
Sara, infatti, ha nel suo passato una storia molto dura, che inizia quando aveva ancora 18 anni. Il padre, miracolosamente sopravvissuto a un incidente, ha trascorso più di quattro anni in un grave stato di invalidità totale e questa difficilissima situazione ha messo a dura prova tutta la sua famiglia. Egli morì un mese prima della discussione della sua sudatissima tesi di laurea, che non poté che dedicare a lui, come simbolo della fine di un percorso che aveva portato avanti facendo convivere faticosamente gli studi con la gravosissima situazione del padre. [ --- ]

Counseling Filosofico Individuale

C: «Cosa si aspetta da questo percorso insieme, cosa pensa possa darle il counseling filosofico in più rispetto agli strumenti già insiti nella sua formazione?»
S: «Sicuramente una visione “esterna” su me stessa, un punto di vista diverso e più staccato. Inoltre, sono alla ricerca della causa profonda di tutto quello che ho vissuto».

A questo punto mi spiega che da più di un anno svolge visite mediche di ogni tipo senza che nessuno le abbia dato una risposta soddisfacente. Sara, che aveva riposto tutte le sue speranze nella medicina, ne era uscita profondamente delusa. In questo momento, per lei molto delicato, sentiva superficiali le risposte dei medici:

S: «Ho impiegato molto tempo ad accettare il fatto che in esami medici di carattere “scientifico” non avrei trovato la risposta alle mie domande. Ero certa che lì si sarebbe visto quello che non andava in me. Ma per i medici io sto bene. Forse la scienza non può fornire una risposta alle mie domande».

Siamo al termine della nostra prima seduta. Essa è stata dedicata in gran parte a quella che Raabe definisce la “fase della libera fluttuazione”, ossia a quella fase empatica e conoscitiva in cui si gettano le basi della relazione con il consultante. E’ stata una seduta dedicata soprattutto all’ascolto, una fase necessaria per entrare a conoscenza dei punti salienti della storia della consultante e per capire il motivo che l’ha spinta a intraprendere questo percorso.

A questo punto sento la necessità di prepararmi il terreno per la seduta successiva che dovrà iniziare dall’affrontare l’analisi di un problema particolare. Ho come l’impressione che il vero problema di Sara sia ancora, in parte, nascosto.

Counseling Filosofico Individuale

C: «Stando a quanto ha espresso, il motivo che la porta qui è una sorta di “curiosità intellettuale” volta alla rilettura della sua esistenza in una chiave filosofica. E’ corretto?»
S: «Si».
C: «Pertanto, ciò che la interessa primariamente e su cui desidera sia incentrato il nostro lavoro è riuscire a dare una lettura coerente ai suoi vissuti passati». Sara conferma affermativamente.

C: «Ho notato che fino a questo momento non ha mai accennato al suo futuro. Cosa può dirmi riguardo a esso?»
S: «Il problema è che non so più cosa voglio, o mi capita di voler cose irrealizzabili. Per questo non riesco a visualizzare il mio futuro».

Credo, a questo punto, di essermi avvicinata al vero problema sul quale avrei lavorato nelle sedute successive. Nelle parole di Sara si percepiva una perdita di senso generalizzata che aveva notevoli ripercussioni sul suo progetto esistenziale.

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Ciò che, dal punto di vista filosofico, colpisce primariamente del caso di Sara, è il suo contatto con la morte. Mi parla addirittura di «prima e seconda morte» del padre. La condizione di prolungata malattia e lo stato in cui era costretto a vivere il padre, l’hanno portata per lungo tempo a porsi questioni sia etiche che, più in generale, di senso. Sara ha vissuto quasi cinque lunghi anni con la morte davanti agli occhi, ogni giorno. La giovane si descrive come scissa interiormente tra una vita “apparentemente normale”, persa nel Si delle cose quotidiane (l’università, gli esami...) e quella calata nell’angoscia della morte.
Come ricorda Heidegger al §47 di Essere e tempo, la morte altrui è un’esperienza diversa dalla nostra (peraltro, intrinsecamente non esperibile) ma essa è in grado di risvegliare il sentimento dell’angoscia e la consapevolezza che anche a noi appartiene la possibilità dell’impossibilità dell’Esserci.
La possibilità della morte isola l’uomo con se stesso. E’ una possibilità insormontabile, in quanto l’estrema possibilità dell’esistenza è la rinuncia a se stessa. Per Heidegger, soltanto nel riconoscere la possibilità della morte, nell’assumerla su di sé con una decisione anticipatrice, l’uomo ritrova il suo essere autentico. Vivere per la morte significa comprendere l’impossibilità dell’esistenza in quanto tale. L’esistenza autentica è così, secondo il filosofo, solamente quella che comprende chiaramente e realizza emotivamente la radicale nullità dell’esistenza.

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Breve conclusione

Perché il caso di Sara? Ho scelto questa storia perché credo abbia permesso di mettere in luce alcuni aspetti interessanti per la professione di counselor. Ho cercato di esplicitare tutti i passaggi che sono stati seguiti a livello metodologico e, sin da subito, si è constatata la necessità chiarire il problema con cui il consultante si presenta e le sue aspettative intorno al percorso che intende compiere. Ciò, tuttavia, non basta. Si è visto come il problema inizialmente posto dal consultante può rivelarsi una maschera, un falso problema, che nasconde un retroscena ben più complesso. Questo è tanto più probabile quanto la situazione interiore del consultante si trova in uno stato di caos e smarrimento.

Il caso di Sara ha consentito anche di mettere in luce il dialogo interdisciplinare che può nascere tra la filosofia, la psichiatria e la psicologia. Ho voluto inoltre sottolineare l’importanza di creare un “linguaggio comune” tra consulente e consultante (che nel caso di Sara è stato facilitato dal suo background culturale).

Un passaggio fondamentale del percorso è stato quello legato alla tema della volontà e dei suoi contenuti. Lo smarrimento di Sara, aggravato da una storia particolarmente complessa e dolorosa, è, tuttavia, quello stesso smarrimento che spesso possiamo riscontrare nei giovani tra i 20 e 30 anni (seppur l’età, in questi casi, sia a volte flessibile). Di fronte a una realtà sempre più complessa e veloce nel suo mutare, si assiste, sempre più spesso, a un progressivo rallentamento della maturazione psicologica della persona. Sara stessa affermò, a un certo punto del colloquio, di voler abbandonare il suo sogno di medico per la paura di restare un’eterna bambina. Quella di Sara non era una paura infondata: il sottoporci agli stessi schemi per lunghi anni (es. quelli che impone il sistema scolastico) porta a cristallizzare il nostro sviluppo all’interno di una realtà sicura che, tuttavia, non ci mette realmente alla prova, di fronte a vere, concrete e radicali responsabilità. L’intuizione di Sara è stata, probabilmente, il primo passo verso la sua crescita e maturità.

Il problema della scelta e del progetto esistenziale rimangono due temi cruciali nello scenario giovanile attuale. In una realtà complessa in cui le possibilità di scelta si moltiplicano ogni giorno e in cui si è perso il senso del limite, diviene sempre più difficile guardarsi dentro in modo autentico e capire, ancor prima di cosa vogliamo, ciò a cui vogliamo rinunciare. La scelta di un autentico progetto esistenziale passa da un percorso profondo che deve interrogarci innanzitutto sulla nostra identità. Spesso i giovani si trovano a non saper scegliere, a essere in balia dei contenuti della loro volontà senza che questa sia collocata in un più ampio progetto esistenziale, a non riuscire a prendersi delle responsabilità in cui è in gioco la persona nella sua interezza (perché ciò implicherebbe anche delle rinunce). Questo induce il giovane a intraprendere molteplici strade, a tenersi aperte più porte. Tutto ciò comporta, tuttavia, un grosso dispendio di energie e il rischio, molte volte, è di sperperarle, di rimanere a mani vuote, con un grande bagaglio di esperienze tra le più disparate ma senza che, con esse, si sia costruito un percorso autentico in cui si crede fino in fondo, verso cui si è fatta una scommessa, per cui ci si è messi veramente in gioco.
I temi della scelta e del progetto esistenziale divengono, pertanto, ancor più urgenti in una realtà che ha smarrito il senso del limite e l’ha sostituito con quello di infinite e seducenti (ma, a volte, annichilenti) possibilità.

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