Nuova Rivista di Counseling Filosofico | Federica Trentani


Perché abbiamo bisogno di lavorare?
Il progetto esistenziale tra autonomia e bisogni fondamentali

«first, autonomy is a right to make one’s own decisions, especially about matters deeply affecting one’s own life, without undue interference by others. […] Second, autonomy is seen as a capacity and disposition to make decisions with due reflection and independence of mind. […] Third, autonomy is seen as being in control of a life that encompasses a substantial range of activities and relations with others. To live as an autonomous agent, in this sense, one needs to have a significant area of life to govern, not merely to direct one’s inner thoughts but to make choices that effectively direct the course of one’s life». – T.E. Hill, Kantian autonomy and contemporary ideas of autonomy, Cambridge University Press

«la vita consiste in un potere di auto-attività e nel sentimento pieno dei nostri poteri. Occupati in qualcosa, diventiamo consapevoli di essi e quanto maggiore è tale percezione, tanto più vasto è il sentimento della nostra vita» –I. Kant


Abstract

Il lavoro è un bisogno ‘strategico’ che permette di soddisfare bisogni materiali e immateriali. Questo articolo analizza i nessi concettuali che legano le nozioni di autonomia, progetto esistenziale e bisogno di base: in questa prospettiva, il diritto al lavoro può essere delineato come una specificazione del più generale diritto all’autonomia.

Parole chiave: lavoro – autonomia – bisogni – progetto esistenziale

Introduzione

Nelle prossime pagine verrà proposta un’applicazione del counseling filosofico in ambito lavorativo con un duplice obiettivo: da una parte, intendo suggerire un’argomentazione filosofica per ‘responsabilizzare’ sia le istituzioni che determinano le politiche del lavoro, sia gli imprenditori alle prese con le ristrette prospettive dell’attuale sistema economico; dall’altra, vorrei trovare le parole giuste per ‘motivare’ i lavoratori che si sentono tentati dal desiderio di liberarsi dal lavoro, ovvero di svincolarsi del tutto dal bisogno di lavorare.

Il riferimento alle istituzioni politiche potrebbe sembrare eccedente o addirittura estraneo rispetto alla sfera applicativa del counseling filosofico; tuttavia, credo che – una volta chiarita la mia concezione del diritto al lavoro nelle sue implicazioni filosofiche ed esistenziali – sarà più facile riconoscere il nesso tra questa prospettiva apparentemente ‘troppo ampia’ e le sue ricadute sull’esistenza dei lavoratori, ovvero sulla vita di individui mossi da progetti e aspettative.

Sul fronte imprenditoriale si tratta invece di persuadere gli stakeholder ad andare oltre il mantra neoliberista che ‘impone’ di sfruttare e poi licenziare i lavoratori: il valore di ciascun lavoratore in quanto persona e il suo diritto a progettare autonomamente la propria esistenza dovrebbero infatti rientrare – almeno in parte – fra gli obiettivi di un’azienda che pretenda di non essere etichettata come un’organizzazione parassitaria dedita alla speculazione (la quale danneggia non solo i lavoratori direttamente coinvolti da questa bad practice, ma anche la società nel suo insieme).

Per quanto riguarda il punto di vista dei lavoratori, vorrei far riflettere sulle lacune esistenziali che si nascondono dietro l’apparente ‘libertà’ di non lavorare. Il fatto che le condizioni lavorative nelle società contemporanee siano perlopiù pessime oltre che precarie, non implica affatto che sia auspicabile liberarsi completamente dal lavoro: come vedremo nelle prossime pagine, il nostro bisogno di lavorare dipende anche da fattori ‘immateriali’ che chiamano in causa i concetti di autonomia e autorealizzazione personale, così come il nostro essere parte di una comunità.

counseling filosofico - Bussiness ethic

Il Counseling Filosofico ha molto da offrire in questo campo, su diversi fronti: quello degli individui, dei gruppi, delle istituzioni statali e dei contesti privati. C’è molto su cui riflettere criticamente, molte sono le sfumature di senso da chiarire, non solo per raggiungere una maggiore consapevolezza su questi temi, ma per costruire le motivazioni in grado di ‘smuovere’ le persone.

Se il lavoro venisse percepito come un’occasione per soddisfare anche i propri bisogni esistenziali (a cominciare dal bisogno di autonomia), sarebbe infatti possibile rivedere in modo radicale il nostro atteggiamento verso il mondo del lavoro: in questo modo si potrebbe forse ridare senso a questioni che, purtroppo, non sempre vengono approfondite per ciò che concerne le implicazioni filosofiche dell’esperienza lavorativa.

Secondo la International Labour Organisation il lavoro rientra tra i basic needs che ciascun essere umano dovrebbe poter soddisfare; questi bisogni di base riguardano non solo la sopravvivenza fisica, ma anche le condizioni che rendono possibile l’autonomia. Tra i presupposti dell’autonomia troviamo la stima di sé, le relazioni sociali e il riconoscimento da parte degli altri, ovvero alcuni degli aspetti più rilevanti del nostro benessere; in questa prospettiva il lavoro fornisce l’opportunità sia di partecipare alla vita della società, sia di preservare la propria autonomia: la correlazione fra disoccupazione e cattivo stato di salute mentale testimonia appunto l’importanza di questi aspetti ‘immateriali’ dell’esperienza lavorativa. Il lavoro sembra inoltre garantire la sopravvivenza fisica e l’autonomia degli individui anche in contesti culturali diversi dal nostro: il bisogno di lavorare rimanda infatti al più generale bisogno di autorealizzazione, un’esigenza che fa riferimento non solo al mantenimento, ma anche alla qualità della vita. In queste pagine intendo porre in relazione il concetto di autonomia e il dibattito sui basic needs con l’obiettivo di definire il lavoro come un diritto a esercitare le capacità che consentono agli individui di far fronte ai propri bisogni di base, tutelando allo stesso tempo il proprio status di agente autonomo; il lavoro rappresenta infatti un bisogno ‘strategico’ che rende possibile la soddisfazione di altri bisogni, materiali e immateriali, in un crescendo di complessità che va dalla mera sopravvivenza al più sofisticato esercizio della propria capacità razionale. Partendo da alcune recenti interpretazioni del concetto di autonomia, verrà illustrata la rete di nessi concettuali che legano le nozioni di autonomia, progetto esistenziale e bisogno di base: attraverso l’analisi dei punti-chiave della teoria dei bisogni sarà dunque possibile inquadrare il diritto al lavoro come una specificazione del più generale diritto all’autonomia.

Per quanto possa sembrare arbitraria la scelta della questione dell’autonomia come punto di partenza delle riflessioni presentate in queste pagine, vorrei sottolineare che questa scelta è stata determinata dalla centralità del concetto di autonomia nel dibattito contemporaneo sulla teoria dei bisogni. La questione del lavoro può essere analizzata traendo ispirazione da molteplici angolazioni; tuttavia, il problema dell’autonomia si presta a costituire il punto di vista privilegiato per affrontare questo tema proprio perché si tratta di un concetto ‘borderline’ che si trova a cavallo tra la sfera immateriale della razionalità e dell’identità personale e la sfera materiale del nostro essere creature razionali finite, dunque vincolate a bisogni fisiologici la cui soddisfazione passa necessariamente attraverso le strutture sociali ed economiche della comunità in cui si vive. Nel prossimo paragrafo verrà presentata una breve introduzione alla nozione di autonomia con l’obiettivo di mostrare non soltanto il sostrato filosofico di questo concetto, ma anche le implicazioni materiali dell’esistenza umana. Nel terzo paragrafo cercherò poi di chiarire in cosa consista il nostro ‘bisogno di autonomia’: attraverso queste analisi si potrà inquadrare la questione del lavoro sullo sfondo del dibattito sui basic needs, facendo così emergere le ragioni per cui il diritto al lavoro costituisce un elemento-chiave di alcune carte costituzionali (tra cui quella italiana) e di molte dichiarazioni universali dei diritti umani.

Autonomia, progetto esistenziale e bisogni fondamentali

La questione dell’autonomia è caratterizzata da una certa gradualità: gli individui si differenziano infatti l’uno dall’altro per il loro maggiore o minore livello di autonomia; in proposito va notato che queste differenze di grado possono darsi anche nel corso della vita di uno stesso soggetto, il quale può progredire o regredire per ciò che concerne l’esercizio della propria autonomia.

Da questo punto di vista il massimo grado di autonomia è rappresentato dal poter dare forma al proprio progetto esistenziale attraverso i valori e gli obiettivi che ciascuno riconosce come parte – tutt’altro che marginale – della propria identità; i soggetti che esercitano questo superiore livello di autonomia possono essere considerati come gli ‘artefici del proprio universo morale:
«significant autonomy is a matter of degree. A person may be more or less autonomous. Significantly autonomous persons are those who can shape their life and determine its course. They are not merely rational agents who can choose between options after evaluating relevant information, but agents who can in addition adopt personal projects, develop relationships, and accept commitments to causes, through which their personal integrity and sense of dignity and self-respect are made concrete. In a word, significantly autonomous agents are part creators of their own moral world».
J. Raz, The Morality of Freedom, Oxford, Oxford University Press, 1986, p. 154.

Attraverso l’analisi del proprio mondo interiore ciascun soggetto può diventare il vero e proprio ‘autore’ del progetto esistenziale che intende realizzare nella propria vita: qui si può parlare a pieno titolo di un percorso narrativo, di una storia che il soggetto costruisce e rielabora per l’intero corso della propria esistenza, senza mai chiudere con la parola ‘fine’ le possibilità di senso future. Il counseling filosofico aiuta le persone a narrare la propria storia interiore, a coglierne il senso o la mancanza di senso, le contraddizioni, i punti deboli, così come gli aspetti positivi e le potenzialità da coltivare; grazie a questo affinamento della conoscenza di sé si può infatti imparare a raccontare la propria identità mediante narrazioni sempre più capaci di cogliere e valorizzare la complessità dell’esistenza umana.
In questa prospettiva, per stabilire quali siano i bisogni di una persona, è importante inquadrare innanzitutto il suo progetto esistenziale, individuando così le attività e le condizioni contestuali che rendono possibile la realizzazione di una certa immagine di sé. Affinché un individuo possa formulare in modo autonomo il proprio progetto esistenziale, è necessario che l’insieme delle opzioni tra cui scegliere non sia così limitato da consistere in realtà in una scelta obbligata.

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I bisogni fondamentali rimandano quindi all’idea del preservare ed espandere la propria autonomia in tutte le sue sfumature, materiali e immateriali. A questa osservazione si può aggiungere che i basic needs garantiscono inoltre lo status di ‘membro effettivo’ della comunità in cui si vive: affinché i cittadini possano davvero esercitare i propri diritti (ovvero, affinché si trovino in una posizione sociale e culturale che permetta loro di comprendere e far valere i diritti di cui sono titolari), si tratta infatti di offrire a tutti le opportunità materiali per partecipare attivamente alla vita della società. Questo riferimento alle dinamiche sociali e culturali che regolano la vita di una comunità chiama in causa concetti come il rispetto e la stima di sé, il riconoscimento da parte degli altri e il bisogno di intrattenere relazioni sociali: è dunque nella sfera del lavoro che possiamo trovare le opportunità materiali per esercitare e ‘mantenere efficienti’ queste basi del nostro benessere.

Per fare il punto sulle considerazione fatte finora, si può dire che il nucleo concettuale dei bisogni di base ruota intorno alla sopravvivenza fisica e all’autonomia, qui intese come le condizioni di possibilità dell’esistenza umana in ogni contesto culturale; come già accennato in precedenza, nonostante a un certo livello di generalità i basic needs tendano a convergere verso questi due bisogni ‘universali’, i modi concreti di soddisfare queste esigenze possono variare a seconda delle circostanze contestuali che caratterizzano diverse epoche e culture. Per chiarire la questione, si può introdurre il concetto di ‘mezzo universale di soddisfazione:
«while the basic needs for physical health and autonomy are universal, many goods and services required to satisfy these needs are culturally variable. We have called all objects, activities and relationships that satisfy our basic needs ‘satisfiers’. Basic needs are always universal, but their satisfiers are often relative. […] Universal satisfiers characteristics are those properties of goods, services, activities and relationships that enhance physical health and human autonomy in all cultures».
L. Doyal, A Theory of Human Need, cit., p. 162.

Il lavoro sembra poter rientrare a pieno titolo tra questi universal satisfiers: l’attività lavorativa consente infatti sia di provvedere al proprio sostentamento, sia di mantenere e sviluppare la propria autonomia. Attraverso il lavoro gli individui hanno la possibilità di coltivare la stima di sé, di intrattenere relazioni sociali e di assicurarsi così il riconoscimento da parte degli altri: il nostro benessere si basa su esperienze di questo tipo, il che spiega non solo la rilevanza di questi aspetti ‘immateriali’ dell’esperienza lavorativa, ma anche la persistente correlazione fra disoccupazione e cattivo stato di salute mentale che si riscontra nelle società contemporanee.

Considerazioni conclusive

La mia analisi ha posto in relazione il concetto di autonomia, il dibattito sui basic needs e la questione del lavoro per suggerire non tanto un diritto (né realizzabile, né auspicabile) a ricevere passivamente ciò di cui si ha bisogno, quanto piuttosto un diritto a sviluppare ed esercitare le capacità che consentono agli individui di far fronte ai propri bisogni di base. In altre parole, si è voluto argomentare in favore di un insieme di diritti volto a tutelare l’autonomia degli individui mediante il lavoro, senza però dimenticare l’educazione, la quale rappresenta un tema strettamente connesso alle riflessioni fatte in queste pagine: entrambe le nozioni vanno infatti considerate come bisogni ‘strategici’ che rendono possibile la soddisfazione di altri bisogni, in un crescendo di complessità che va dalla mera sopravvivenza al più sofisticato esercizio della propria capacità razionale.

Nessuna istituzione pubblica o privata, neppure la più paternalistica, potrebbe mai fornire agli individui la stima di sé, le relazioni sociali e il riconoscimento da parte degli altri. Ciò che invece lo Stato e gli stakeholder del mondo economico-imprenditoriale potrebbero (e anzi dovrebbero) fare è promuovere le condizioni contestuali che permettono a ciascuno di provvedere da sé ai propri bisogni: tra i diritti che lo Stato garantisce per soddisfare i bisogni economici e sociali dei cittadini il diritto al lavoro gioca un ruolo fondamentale, proprio perché si tratta di un diritto il cui esercizio consente di far fronte a un’ampia sfera di bisogni, materiali e immateriali.

Si può dunque concludere che il diritto al lavoro rappresenta una specificazione del più generale diritto all’autonomia: la mia analisi ha cercato di percorrere la rete di relazioni concettuali che – attraverso le nozioni di autonomia, progetto esistenziale e bisogno di base – conduce al lavoro.
Per chiudere queste riflessioni, vorrei fare riferimento a un classico della tradizione filosofica che frequento ormai da molti anni; vorrei quindi citare un passo di Kant per sottolineare che il nostro bisogno di lavorare è determinato dal fatto (immateriale, ma ineludibile) che «la vita consiste in un potere di auto-attività e nel sentimento pieno dei nostri poteri. Occupati in qualcosa, diventiamo consapevoli di essi e quanto maggiore è tale percezione, tanto più vasto è il sentimento della nostra vita».

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