Nuova Rivista di Counseling Filosofico | Anna Sordini


Su Il caso Ellen West di Ludwig Binswanger

Nella determinazione di ciò che è possibile o lecito tentare, la medietà sorveglia ogni eccezione. –Martin Heidegger

Fare dell’antropoanalisi nel campo della psichiatria non significa quindi altro se non indagare e descrivere in che modo i diversi tipi di malati di mente e ogni singolo malato progettano un loro mondo, si realizzano come Sé e – nel senso più ampio del termine – si declinano nel modo dell’agire e dell’amare. –Ludwig Binswanger


Abstract

Il medico svizzero Ludwig Binswanger, fondatore della Daseinsanalyse (o “antropoanalisi”) ispirata a Husserl e a Heidegger, ricostruisce in un suo libro del 1944 il caso di una sua giovane paziente, Ellen West, affetta da un gravissimo disturbo alimentare e morta suicida poco dopo la diagnosi di schizofrenia da lui stesso formulata. Il caso Ellen West presenta la malattia della donna come un esempio di esistenza mancata, in cui la dimensione del tempo, del progetto e soprattutto della relazione con il mondo-ambiente familiare e con la propria corporeità risultano distorti e segnati da un’inautenticità riscattata solo nella morte. Ma Binswanger è riuscito veramente a comprendere il mondo di Ellen West? Al di là delle polemiche ancora oggi molto accese sul suo operato come medico e diagnosta, si può sostenere, restando in ambito strettamente filosofico, che egli non ha impiegato in modo veramente impregiudicato gli strumenti dell’analisi fenomenologico-esistenziale. Aspetti essenziali dell’esperienza di Ellen, e in particolare i difficili rapporti fra questa giovane brillante e l’ambiente familiare, risultano inindagati nell’interpretazione di Binswanger, forse anche a causa di una visione convenzionale del ruolo femminile. Il libro lascia pertanto l’impressione che la tragedia di Ellen West affondi le radici non tanto, o soltanto, nella malattia mentale, quanto in una relazione con gli altri – compresi i suoi curanti – segnata da una radicale incomprensione.

Parole chiave: malattia mentale – mondo – corpo – cibo - angoscia

Introduzione

Il filosofo e medico svizzero Ludwig Binswanger è, assieme a Karl Jaspers, il principale esponente dell’indirizzo fenomenologico-esistenziale in psichiatria, e più specificamente il fondatore della cosiddetta Daseinsanalyse (“analisi dell’Esserci” o “antropoanalisi”) come “linea di ricerca” psichiatrica. Egli ha istituito uno stretto rapporto fra filosofia e psicologia (o più esattamente psicopatologia) sia sul piano teorico, sia nella disamina concreta di singoli casi di malattia mentale, di cui quello di Ellen West è il più celebre. Il nucleo teorico originale della Daseinsanalyse, ispirata all’analitica esistenziale di Heidegger, è un’interpretazione delle malattie mentali come peculiari “variazioni” (Abwandlungen) di quell’essere-nel-mondo che Heidegger indica in Essere e tempo come la struttura di base dell’esistenza umana – dell’uomo in quanto Esserci - e che pertanto accomuna “malati” e “sani”. Lo spettro di applicazione della Daseinsanalyse, che utilizza categorie di derivazione heideggeriana come la temporalità, la trascendenza, la spazializzazione, il “progetto di mondo” ecc., va però, secondo Binswanger, al di là della psicopatologia. Proprio il carattere ampio e formale di quelle categorie ne fa un orizzonte metodologico valido anche per la psicologia generale, la caratterologia, lo studio della vita emotiva ecc.: in altri termini, per comprendere la condizione umana in genere, e non solo quella patologica. Di qui l’interesse che l’opera di Binswanger può presentare per il counseling filosofico, anche se non tutti i counselor concordano nell’individuarvi un importante punto di riferimento. Personalmente penso che un confronto con questo autore sia molto utile, appunto perché egli coniuga un apparato filosofico solido e raffinato con l’attenzione puntuale al singolo caso. In tale prospettiva ho deciso di ripercorrere la vicenda di Ellen West, una giovane donna giunta nella clinica Bellevue di Kreuzlingen diretta da Binswanger nel gennaio del 1921 dopo una lunga vicenda di disagio mentale (caratterizzata da gravissimi disturbi alimentari) e due inefficaci trattamenti psicoanalitici. Ellen venne dimessa da Binswanger a fine marzo con una diagnosi di “psicosi schizofrenica ad andamento progressivo” e morì suicida pochi giorni dopo, il 4 aprile.

Psichiatra Filosofo Ludwig Binswanger

Il “caso Ellen West” è stato ricostruito da Binswanger nel 1944 nel libro omonimo, che avevo già letto circa vent’anni fa rimanendone fortemente colpita. Allora avevo provato una profonda pena dinanzi a una vicenda tragica, allo spettacolo di un individuo che lotta strenuamente con forze più potenti e ne viene sopraffatto: lotta e sconfitta che hanno appunto una dimensione tragica quando l’individuo in questione è “l’uomo nobile che nonostante la sua saggezza è destinato all’errore e alla miseria”, come scrive Nietzsche a proposito di Edipo.

E che Ellen fosse di sentimenti nobili e “di un’intelligenza non comune”, come si esprime uno dei suoi curanti, lo si evince dal materiale diaristico e poetico presentato nel libro di Binswanger. Rileggendo ora a distanza di molti anni il testo, pur rimanendone ugualmente affascinata ho avuto subito l’impressione che “qualcosa non quadrasse”, e cioè, per dirla in sintesi, che molto della situazione di Ellen restasse non detto o incompreso. Non sono peraltro l’unica a essere perplessa. Nel 2003 la pubblicazione di un volume, curato dallo storico della psichiatria Albrecht Hirschmüller e contenente molto materiale inedito, ha dato luogo a un vivace dibattito, non privo di accese punte polemiche nei riguardi dell’operato di Binswanger soprattutto come medico. Le mie perplessità sono, però, di ordine specificamente filosofico. Mi sono cioè chiesta fino a che punto Binswanger abbia usato le categorie analitiche di matrice heideggeriana in modo sufficientemente coerente ed efficace da cogliere in modo davvero impregiudicato, com’era nei suoi intenti, la situazione esistenziale di Ellen West. Nelle Osservazioni critiche spiegherò perché a mio avviso ci sia riuscito solo in parte. Prima però di proporre il mio punto di vista, esporrò alcuni concetti fondamentali della Daseinsanalyse e riassumerò il caso sulla base del libro di Binswanger.

La Daseinsanalyse: alcuni concetti chiave

Come psichiatra-filosofo, Binswanger si è preoccupato anzitutto della fondazione teorica della psichiatria come scienza e quindi anzitutto del suo metodo, che deve essere, egli ritiene, congruente con l’oggetto, ossia l’uomo malato. A tal fine, egli si rivolge dapprima alla fenomenologia di Husserl, che studia sin dagli anni giovanili e il cui contributo alla psichiatria espone nello scritto Sulla fenomenologia del 1922. Qui emergono i due aspetti dell’esperienza umana in generale (“pre-psichiatrica”, potremmo dire) che Binswanger rivendica contro l’approccio della psicologia e della psichiatria orientate in senso oggettivistico-naturalistico: l’unità della persona (“Nel particolare fenomeno si manifesta l’insieme della persona”), e la capacità dell’uomo di produrre significato (più avanti Binswanger dirà: di “trascendersi”) in ogni condizione, anche in quella della malattia mentale. L’approccio naturalistico amputa l’essere umano di queste dimensioni fondamentali, poiché scompone concettualmente (e vorrebbe farlo anche sperimentalmente) i singoli “atti psichici”, e li vede come funzioni reali dell’organismo sano o malato (in questo caso essi divengono “sintomi” della patologia sottostante), anziché come portatori di un senso.

La fenomenologia di Husserl consente di superare tale approccio perché considera lo psichico non nell’”unità psicofisica”, e cioè come parte della natura, bensì come un insieme di esperienze vissute (Erlebnisse) interconnesse non da rapporti causali, ma da nessi intenzionali. I vissuti non sono insomma “processi” (Vorgänge) svolgentisi nell’organismo, bensì “fenomeni” che è possibile “guardare dall’interno” (in quella che Husserl definisce la “visione immanente”), rivivendoli nella loro intenzionalità produttrice di significato. Nel testo del 1922, Binswanger mostra i vantaggi del metodo fenomenologico in riferimento a casi concreti di esperienze allucinatorie e deliranti. Invece di inquadrare questi vissuti in categorie nosografiche, o sussumerli in concetti di classi, generi e specie di cui essi rappresenterebbero solo casi “particolari”, adottando l’atteggiamento fenomenologico è possibile attualizzarli, riviverli, seguirne la direzione di senso in modo da cogliere l’”essenza” della persona, ovvero la sua visione del mondo. In questo modo si può scoprire che nel vissuto allucinatorio-delirante non si esprime un’“estraneazione dalla realtà”, come si dice comunemente, quanto una “nuova realtà”, un complesso di esperienze vissute coerente, certo “alterato”, ma dotato di una propria normatività interna.

Cinque anni più tardi, la lettura di Essere e tempo di Heidegger fornisce a Binswanger l’apparato teorico di cui egli si servirà (modificandolo in parte) per interpretare in modo più sistematico l’“essenza” della persona malata, la “nuova realtà” che esprime, e alla luce del quale legge i suoi casi clinici più noti e anche quelli di altri medici. Come si è già visto, centrale è il concetto di essere-nel-mondo, descritto da Heidegger come “totalità unitaria”, non scomponibile in elementi eterogenei ma includente “una molteplicità di strutture” (Essere e tempo, §12). Comprendere il modo in cui qualcuno è nel mondo rilevando fenomenologicamente quelle strutture significa comprendere l’individuo (“L’individualità è ciò che è il suo mondo in quanto il suo”) non semplicemente come singolarità storica ma come “forma dell’Esserci” o figura antropologica (Daseinsgehalt). Tale forma cambia nel corso della vita e perciò è centrale, per Binswanger, ciò che Heidegger indica come il senso d’essere del Dasein, ossia la temporalità (Zeitlichkeit), o meglio la temporalizzazione (Zeitlichung). Essa è l’”orizzonte” per comprendere la “trascendenza”, il movimento di “oltrepassamento” che rende possibile la “costituzione di mondo”, (Weltbildung), o “progetto di mondo” (Weltentwurf) in cui l’Esserci (sano o malato) esiste, e di cui il suo stesso “Sé” fa parte. Nella temporalizzazione autentica, l’Esserci si porta “avanti a sé” nel futuro come poter-essere, e insieme si radica nel proprio esser-stato che gli offre le effettive e reali possibilità da cogliere; in questo modo gli si apre il presente come situazione ricca di senso. Quando tale movimento è alterato, ne risulta una “distorta mondanizzazione” (Ver-weltlichung), nel senso di un restringimento, semplificazione o svuotamento del “progetto di mondo”, e quindi una riduzione delle possibilità di realizzazione di sé. Questo è il senso esistenziale delle psicosi, che dal punto di vista medico-clinico sono e restano per Binswanger “malattie del cervello”, secondo la definizione di Griesinger , mentre da quello antropoanalitico possono essere ricondotte a particolari “declinazioni” o variazioni del trascendere, che a loro volta rinviano – non come a una sorta di “causa prima”, ma come al loro ultimo “orizzonte di senso” – a un “disturbo” della temporalizzazione.

La storia di Ellen West

I miei pensieri si volgono esclusivamente al mio corpo, alla mia alimentazione, alle mie purghe. E il vedere ora di quando in quando emergere all’orizzonte la favolosa, dolce regione della vita, l’oasi nel deserto che mi sono creata, non fa che rendere più penoso il cammino.
Mi sento passiva quanto la scena su cui si dilaniano due forze nemiche.
Ellen West

Dalle pagine del diario emerge che a diciotto anni Ellen aspira a una gloria immortale e invoca il lavoro come unica salvezza di fronte al dolore e alla mancanza di senso; nelle poesie, poi, appaiono i suoi stati d’animo alterni, rappresentati dalla luminosità del cielo azzurro e dal fiorire della primavera, ma anche dall’oscurità dove non “splende il sole violento della vita”. Sempre a diciott’anni, nasce in lei per la prima volta il desiderio di essere “tenera ed eterea” come le sue amiche; impara a cavalcare e si dedica all’equitazione in modo intenso e spericolato.

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Si apre così per Ellen un periodo contrassegnato da intense pratiche dietetiche e ginniche per dimagrire, che iniziano a minarne l’aspetto. A ventun anni Ellen è depressa non solo perché tormentata dall’idea di essere grassa, ma perché si sente nel complesso senza valore (“abbassata al livello di una creatura vile, squallida: Io mi disprezzo!”). Invoca la morte nella forma di “una nobile signora […] dai grandi occhi profondamente sognanti e grigi”, si sente diventare “ogni giorno che passa […] più grassa, più vecchia e più brutta”. Ma poi ritrova l’energia vitale, e nel diario parla anzi di una rivolta, di un fermento dentro di sé, che non sopporta di non poter tradurre in azioni concrete “al servizio della misera umanità”.

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Negli anni successivi al matrimonio le condizioni fisiche di Ellen (che sempre più “odia il suo corpo e lo percuote con i pugni chiusi”) peggiorano. Non ha smesso di ridurre l’alimentazione e di prendere forti dosi di purganti; le mestruazioni cessano, si verifica un aborto. Nonostante ora lavori moltissimo nel sociale, le forze di Ellen, che nel frattempo ha compiuto trentuno anni, diminuiscono ed affiorano indirettamente propositi di suicidio quando si espone al gelo nonostante influenza e febbre alta. Durante una gita, Ellen rivela improvvisamente al marito Karl che l’idea del restare magra ha assunto un terribile potere su di lei, tanto che ogni azione o pensiero si subordinano ormai a questa idea.
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Ellen viene ricoverata nel gennaio del suo trentatreesimo anno nella casa di cura di Bellevue diretta da Binswanger. Qui ella descrive in modo lucido e dettagliato la propria malattia. Nel corso del soggiorno, Binswanger registra il contegno amabile, socievole di Ellen e come tuttavia, sotto la coazione tormentosa e umiliante di dover pensare sempre al cibo, ella si senta psichicamente vuota (ha la sensazione di “essere come un cadavere fra persone viventi”) e come il suo desiderio di morire sia dunque sincero.

[ ... ] e poiché d’altra parte Binswanger è consapevole che le dimissioni significherebbero quasi certamente suicidio, vengono chiamati a consulto Eugen Bleuler e “uno psichiatra straniero”. Le diagnosi sono diverse (“psicosi schizofrenica ad andamento progressivo” Binswanger e Bleuler, “costituzione psicopatica a sviluppo progressivo” il terzo psichiatra), ma la prognosi per tutti e tre è infausta. Binswanger non ravvisa dunque alcuna utilità nel tenere Ellen in clinica e ne asseconda il desiderio di dimissioni. Ellen dichiara di voler assumere su di sé la responsabilità della sua vita, e di essere però molto scossa constatando di non riuscire a padroneggiare il suo dilemma relativo al mangiare.
Durante il viaggio di ritorno Ellen dimostra molto coraggio (perché, scriverà il marito a Binswanger, la motivazione per cui lo fa le infonde forza). Rientrata a casa, dopo due giorni tormentosi ella appare, il terzo giorno, completamente trasformata. Fa colazione con burro e zucchero, a mezzogiorno mangia di gusto sentendosi, per la prima volta dopo tredici anni, realmente sazia e felice. Nel pomeriggio mangia cioccolatini e uova pasquali; passeggia con il marito e legge con lui Rilke, Storm, Goethe e Tennyson; si diverte alla lettura di Mark Twain. E’ in “una disposizione d’animo festosa” e ogni problema pare scomparso. Dopo la cena, prende una dose mortale di veleno e il mattino successivo muore. Scrive il marito a Binswanger: “Apparve allora, come mai nella sua vita, quieta e felice e in pace con se stessa”.

L’interpretazione antropoanalitica

Dopo aver ricostruito, nella prima sezione del testo, la vicenda biografica e patologica di Ellen West, nella seconda sezione Binswanger rilegge il tutto nella prospettiva della Daseinsanalyse, cercando quindi di escludere ogni giudizio di tipo morale, estetico, sociale o medico per concentrarsi sulle “forme dell’Esserci” secondo le quali Ellen West è nel mondo. Possiamo notare subito che la descrizione del percorso esistenziale di Ellen non coincide con l’evolversi della vita e della patologia. La tesi di Binswanger, infatti, è che Ellen fosse irretita fin dalla primissima giovinezza in una modalità inautentica dell’Esserci, in una dinamica esistenziale e temporale “circolare” - cui corrisponde una disgregazione dell’essere-se-stessa e del suo mondo – che si fa drammaticamente palese con il disagio mentale (espresso vistosamente nel disturbo alimentare), ma non inizia con esso. Sin dalla prima infanzia, l’esistenza di Ellen appare infatti, secondo Binswanger, contraddistinta da quella che è stata indicata più sopra come “mondanizzazione distorta”. Il “mondo proprio” (compreso quello corporeo) si pone in rilievo esagerato e anzi in opposizione al “mondo ambiente” – Ellen rifiuta il latte -, al “mondo coesistentivo” - è “caparbia e violenta” - al “mondo del destino” – non accetta il “ruolo di donna” e preferisce giochi maschili. Il “mondo proprio” di Ellen, anziché rifluire fiducioso nelle altre regioni mondane e nutrirsene, le sente come un limite e se ne scosta bruscamente. E’ come se l’Esserci volesse qui schivare il proprio fondamento (Grund), progettarsi senza però accettare di farlo nei limiti della propria effettività. Questa dinamica, lungi dal consentire il “volo nella libertà” di cui parla una delle prime poesie di Ellen, è destinata secondo Binswanger a produrre l’esito opposto, ad accerchiare Ellen, a restringere sempre più il suo spettro di azione, a trascinarla in un moto di caduta o “deiezione” (Verfall). Individuando retrospettivamente questa struttura già nei primi anni di vita di Ellen, lo psichiatra svizzero può così leggere l’autonomia e la “pienezza di vita” di quella ragazzina orgogliosa e vivace come un’apparenza sotto cui si celano un’incipiente chiusura verso le circostanze e verso gli altri, e quindi una restrizione e uno svuotamento del plesso di possibilità esistenziali (non a caso Ellen avverte fin da piccola un senso di oppressione e di vuoto). “Caparbietà” e “violenza” indicano che questo Esserci non è aperto alle situazioni effettive nella pienezza del loro senso e quindi non le padroneggia, tanto che finirà per esserne schiacciato (“Mi sento passiva quanto la scena su cui si dilaniano due forze nemiche”, confessa Ellen alla fine della sua parabola).

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Osservazioni critiche

Come già accennato la vicenda di Ellen, di cui ho appena riportato i tratti salienti, ha suscitato di recente una vivace discussione, che ha riguardato sia la diagnosi di schizofrenia - in effetti Ellen non presenta deliri, allucinazioni o disturbi del pensiero come gli altri pazienti schizofrenici descritti da Binswanger – sia la (presunta) responsabilità morale dello psichiatra svizzero nel non avere fatto niente per impedire (e di avere anzi legittimato sul piano filosofico, con l’aiuto delle sofisticate categorie heideggeriane) il suicidio di una paziente che amava la vita e voleva disperatamente guarire. Non voglio entrare qui nel merito di questo dibattito, ma piuttosto cercare di rispondere a questa domanda: mediante la sua ermeneutica antropoanalitica Binswanger è riuscito ad afferrare la singolarità di Ellen West in tutta la complessità della situazione? Ha compreso veramente il mondo della sua paziente?

Abbiamo visto come Binswanger evidenzi fin dall’inizio il “brusco distacco” del mondo proprio di Ellen dal mondo ambientale e da quello coesistentivo, leggendo poi l’intero percorso come svolgimento di questa modalità dell’essere nel mondo. Ma se è vero che il nostro Esserci è un con-essere, un Mit-sein, allora anche gli altri “ci-sono-con” (Mit-da-sind) (Essere e tempo, § 26), anch’essi si rapportano a noi a partire dal loro “Ci”, anch’essi, come noi “abbiamo cura”, bene o malamente, di loro, a loro volta hanno cura di noi. Di questa reciprocità strutturale Binswanger non tiene conto nell’analisi del materiale fenomenico.

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Quest’ultima notazione mi permette di concludere tornando alla cornice in cui si colloca questo lavoro, e cioè di chiedermi come Ellen potrebbe essere aiutata oggi da un counselor filosofico (che lavorasse ovviamente insieme a uno psicoterapeuta, dato che siamo comunque di fronte a una donna con una patologia severa). Carl Rogers, nel suo appassionato (e indignato) scritto Ellen West – And Loneliness, risalente al 1958 e ripubblicato a fine anni ’80, immagina che Ellen si presenti all’età di ventiquattro anni nel suo studio, subito dopo la separazione dallo studente, e prospetta come questa “intelligente, sensibile ragazza” - la cui diagnosi, a suo avviso, sarebbe considerata oggi favorevole, cosa che naturalmente non è scontata - avrebbe potuto trovare aiuto nell’ambito della “terapia centrata sul cliente”. Rogers spiega che la terapia cercherebbe di ripristinare la fiducia di Ellen in se stessa, nella positività dei suoi vissuti e sentimenti dai quali prima i familiari, con l’intrusione nella sfera sentimentale, e poi i vari esperti con il loro atteggiamento oggettivante e spersonalizzante l’hanno via via “alienata”. Riproducendo questo “esperimento mentale”, ma collocandomi in una prospettiva un po’ differente, anch’io cercherei, se avessi Ellen come consultante, di ricostruirle la fiducia in se stessa, esplorando però il suo progetto esistenziale nel senso delle aspirazioni nella sfera pubblica e nel lavoro, e anzitutto legittimandole.
C’è un passaggio del materiale inedito che mi ha particolarmente toccata. Scrive Ellen al marito in occasione del primo trattamento psicanalitico: “L’analisi […] nella ricerca di potere vede solo un difetto. [Ma] non è impossibile che proprio nel mio desiderio di liberarmi dai limiti borghesi stia qualcosa di buono. Non potrebbe forse essere più facile superare la mia disgustosa malattia con un cammino positivo che non con uno negativo?”. Bisognerebbe esplicitare questo “qualcosa di buono”, riconoscerne le potenzialità, anziché ascrivere lo “spirito aereo” alla patologia. Giacché è proprio quando il “mondo aereo” non viene valorizzato come risorsa spirituale e affettiva, ma viene deriso, che può trasformarsi in infatuazione pericolosa. Poi bisognerebbe aiutare Ellen a ripristinare la comunicazione fra “alto” e “basso”, a trasformare il sogno in progetto realistico, sondando anche i molteplici e contraddittori legami fra lei e il suo mondo sociale e aiutandola, tramite un franco esame di se stessa, a capire in quali limiti può concretizzarsi la sua esigenza di dire al mondo qualcosa di “straordinario”. Ma, forse ancora più importante, si potrebbe realizzare con Ellen, data la sua intelligenza non comune e i molti interessi culturali, un dialogo filosofico che consentirebbe sia di collocare le sue preoccupazioni in un orizzonte più ampio rispetto a quello della sua tormentosa esperienza personale, sia di sottrarla a una solitudine che, considerando il modo in cui scrive, appare a volte di natura spirituale e comunicativa ancor più che affettiva.
Magari questo percorso non porterebbe Ellen a una decisione efficace in ambito pratico, ma forse allevierebbe un po’ la sofferenza offrendo un ambiente caratterizzato da attenzione e partecipazione genuina. E questo sarebbe già molto, se è vero, come è stato scritto di recente, che la tragedia di Ellen West, più ancora della sua morte, è il fatto di essere stata – malgrado i vari trattamenti - una donna inascoltata.

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