Lezioni e Interviste & Prof. Eugenio Borgna - seconda parte

"Oltre il deserto dei significati: dialogo e ermeneutica

Eugenio Borgna è libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali dell’Università di Milano ed è stato per molti anni primario del servizio di Psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara. E’ considerato uno dei riferimenti fondamentali in Italia della corrente fenomenologica in psichiatria e negli anni passati ci ha onorato della sua presenza nella Scuola Superiore di Counseling Filosofico. Qui riportiamo la trascrizione di alcuni momenti della sua lezione.

Prima parte / Seconda parte

Domande


  • Domanda.
    Gli psichiatri della mia generazione danno un po‟ per scontato che sia inevitabile un coinvolgimento emotivo dello psichiatra nella farmacoterapia, cioè nell‟approccio alla psichiatria di tipo biologico-organicista. Spesso mi sono reso conto di come anche solo la prescrizione di un farmaco sia un potentissimo mezzo di comunicazione: ricordo che una volta prescrissi tre gocce di Serenase ad una 18 paziente schizofrenica, e fui attaccato e violentemente criticato dalla famiglia perché le avevo prescritto solo tre gocce che, almeno da un punto di vista farmacologico, sembrava non avessero senso. In realtà, quelle tre gocce, costituivano un elemento fondamentale all‟interno del nostro rapporto, e se forse, dal lato schiettamente biologico, non servivano a nulla, all‟interno della nostra relazione rappresentavano qualcosa di molto importante.
    Quindi, trasponendo il parallelismo tra psichiatria biologica e psichiatria psicodinamica alla filosofia e al couseling filosofico, non ho potuto fare a meno di pensare a Lou Marinoff che, con le sue “pillole di filosofia”, e la sua strategia fatta di schemi già precostituiti, assume un approccio al counseling filosofico decisamente poco empatico, che potrebbe essere paragonato a quello della psichiatria biologica: prescrive il libro, la frase, il pensiero, trascurando quindi il valore degli aspetti relazionali e relativi alla comunicazione col cliente. Noi, al contrario, dovremmo invece considerare come assai rilevante l‟elemento empatico, l‟entrare insieme al cliente – che in questo caso non è un “paziente” – in una relazione che prenda in considerazione l‟osservazione, lo sguardo e il sentire emozionale.
    Volevo sapere, dunque, cosa ne pensa del parallelismo, un po‟ audace forse, tra questa filosofia pragmatica e “prescrittiva” (nel senso che prescrive la filosofia in pillole), simile alla psichiatria biologica e distante dalla psichiatria fenomenologica o psicodinamica, più coinvolgente e vicina ad una filosofia che potremmo definire partecipativa ed empatica.

    Risposta.
    Grazie della domanda. Intanto, dal punto di vista del rigore scientifico, la psichiatria schiettamente biologica, e la stessa evoluzione dei DSM, non mi sembrano troppo seri, così come non sembra seria la filosofia e l‟approccio al counseling filosofico che lei indicava.
    Ma il confronto io lo farei, piuttosto, non tra la psichiatria biologica e le neuroscienze, che mantengono, comunque, un grande rigore scientifico, ma tra la psichiatria delle formule e delle diagnosi rappresentata dal DSM e questa filosofia, o meglio, questa pseudofilosofia o anti-filosofia, a cui lei si riferiva.
    Nel contesto della tradizione terapeutica e delle relazioni d‟aiuto, infatti, che senso hanno le formule e le proposizioni assiomatiche? Ciò che conta, fondamentalmente, mi sembra risiedere nella capacità di stabilire relazioni. Ci sono psichiatri che hanno letto tutti i libri di questo mondo ma che, dal punto di vista strettamente terapeutico, sono una catastrofe.
    A questo proposito emerge una differenza fondamentale tra le discipline mediche, in generale, e la psichiatria: mentre nelle prime c‟è una stretta connessione tra la conoscenza teorica e l‟applicazione pratica, uno psichiatra potrebbe davvero aver letto tutti i libri che sono stati scritti sulla psichiatria ma poi non possedere la capacità di creare relazioni empatiche (la parola empatia è bellissima, ma a me, personalmente, non piace).
    Qui, lo ripeto, si tratta di una questione di attitudini, che taluni hanno e altri no. Nel corso della mia personale esperienza, sia all‟interno dell‟ospedale psichiatrico sia nell‟ambito dei servizi sociali, ho avuto modo di constatare che delle semplici infermiere – che in psichiatria sono di gran lunga migliori rispetto agli infermieri di sesso maschile, forse perché hanno saputo superare i limiti paurosi dell‟ospedale psichiatrico attraverso una metamorfosi psicologica, culturale ed esistenziale da lasciare sbalorditi – fossero dotate d‟una infinitamente maggiore capacità empatica rispetto a medici psichiatri che conoscevano tutto, che avevano letto tutto, e che conoscevano tutti i farmaci di questa terra.
    Mi sembra emblematico, a questo riguardo, il caso di giovane down di vent‟otto anni che era precipitato in una condizione di violento rifiuto del cibo, tanto da giungere a pesare meno di trenta chili (è un caso decisamente particolare in quanto l‟anoressia, come loro sanno, è una malattia prettamente femminile, che sorge intorno ai vent‟anni). Era stato ricoverato in medicina generale e sottoposto a tutte le cure biologiche indispensabili, ma dal momento che il suo peso continuava scendere, e i medici erano in procinto di mandarlo a morire a casa, si è deciso di tentare un‟ultima chance in psichiatria. Ora, questo giovane si è salvato, e non certo, o almeno, non solamente, grazie alla nostra competenza psichiatrica e ai farmaci che gli abbiamo somministrato, ma anche e soprattutto grazie all'intervento di un‟infermiera che è riuscita a stabilire un‟eccellente relazione interpersonale e intersoggettiva, riuscendo a tenere viva la sua speranza, e ad aprire una breccia nel cuore, ormai quasi dissanguato, di questo giovane che versava in condizioni disperate.
    Un esempio, questo, drammaticamente emblematico circa l‟importanza che riveste il saper vivere “misteriosamente”, perché, scusate, nel colloquio e nella comunicazione c‟è anche una frangia di mistero; non so cosa voi ne pensiate, ma noi razionalizziamo perché le parole ci colpiscono, in virtù del loro contenuto, e i modi stessi con cui le parole vengono dette, vengono espresse, trasformano radicalmente, profondamente, i contenuti stessi. Non so se loro concordano o meno…
    Prima dell'inizio di questa lezione ho conosciuto una signora che da Bari viene a Torino per seguire questo corso di Couseling Filosofico – molto bello e decisamente interessante, ma comunque anche in parte rapsodico e in parte «poetico». Cosa dimostra? Secondo me sta a simboleggiare una straordinaria capacità vocazionale dell‟«essere chiamati» (questo «essere chiamati» è solo una premessa, ma se vogliamo cogliere fino in fondo il mistero delle cose credo che di fronte a fatti del genere, all‟interpretazione di tal genere di fatti, si resti proprio esterrefatti), e insieme un coraggio temerario di trascendere, di annullare e di incenerire le distanze al solo fine di poter ascoltare qualcosa; e non tanto le cose che uno dice, ma le parole che talvolta riescono a superare la «barriera autistica» in cui siamo tutti più o meno prigionieri (come ha scritto Lendt, uno psichiatra infantile tedesco, in un libro bellissimo che s‟intitola Il nostro autismo quotidiano).
    Ecco, se volessi lasciare un‟immagine che possa salvare le parole, le quali, shakespearianamente, vengono dette e poi si bruciano come fiamme di candela, direi che siamo tutti prigionieri del nostro autismo quotidiano, e nel tentativo di sfondare questa corazza che impedisce la relazione, mi sembra risiedere l‟intimo significato del fare filosofia o non-filosofia, psichiatria o anti-psichiatria.
    Dobbiamo essere consapevoli del fatto che esiste, al di là della patologia, una schiera infinita di persone, in cui siamo tutti compresi, che a volte possono essere salvate anche solo grazie a uno sguardo. Quanti sguardi ci sono, quante – e non è retorica – strette di mano esistono? Ci pensiamo?
    Certo, possiamo anche chiamarlo linguaggio non verbale, ma sinceramente non mi piacciono le formule tecniche che non fanno che svuotare i significati delle cose. Una stretta di mano, qualora riesca a trasmettere effettivamente qualcosa, può essere tale, per uno schizofrenico che cammina – come loro sanno – sull‟orlo degli abissi, da consentirgli di prendere i farmaci, utilizzando la stessa componente psicologica che esiste in una stretta di mano e negli stessi farmaci antidepressivi più efficaci.
    Anche perché gli antidepressivi, o gli ansiolitici, non sono certo antibiotici. A me, personalmente, gli antibiotici non piacciono; ma mentre l‟antibiotico agisce, per fortuna, come un carro armato, al di là delle risonanze psicologiche che nutro nei confronti dei farmaci, non è così per gli psicofarmaci; ci sono studi che dimostrano un‟efficacia maggiore del 30% nella misura in cui sia presente oppure assente una dimensione di ascolto, di accompagnamento da parte dei medici e degli infermieri all‟assunzione di questi medicinali.
    Allora, se la sovradimensione psicologica ha un ruolo determinante, quello che è veramente in gioco nel momento in cui incontriamo una persona che chiede il nostro aiuto – indipendentemente dal fatto che l‟aiuto sia espresso o sia inespresso – risiede nell‟«esercitarci» (forse è meglio di «abituarci») a cogliere quello che c‟è appunto in uno sguardo, negli occhi, nei gesti e nel sorriso – che a volte sottintende lacrime dolorose e sferzanti – della persona che abbiamo davanti.
    E allora, secondo me, possono cadere le barricate tra le discipline cliniche e quelle che cliniche non sono. In fondo, anche gli psicologi si affidano a una larga area di metascientificità, e non capisco perché chi ha studiato filosofia, e si è avvicinato ai segreti del dolore e della sofferenza, non possa svolgere, certo con una riflessione e una ricerca continua, un‟azione anche terapeutica.
    A questo riguardo emerge il problema relativo alla distinzione tra fenomeni patologici e non patologici. In generale, si sostiene che chi si occupa di counseling filosofico non possa seguire persone che soffrono, ad esempio, di ansia; ma, domando, chi, nella nostra società quotidiana, non soffre di ansia? E poi, non vi sembra che nell‟ansia sia riposto un significato umano, psicologico e creativo? Sono convinto che senza ansia diventeremmo delle tartarughe private di orizzonti, senza futuro e senza speranza. L‟ansia non deve essere vista solo come qualcosa di terrificante, ma anche come quella funzione psicologica che ci mette in contatto con gli altri, e che ci permette di conoscere le ansie degli altri.
    Non c‟è ansia nello spirito? Spaventiamoci! Anche questa è un‟immagine (che non è mia) che può essere salvata. “Spaventiamoci” non di soffrire, ma di non aver mai sofferto di ansia; spaventiamoci non di soffrire di depressione ma di non averla mai provata, di non averla mia vissuta, perché, se così fosse, non potremmo fare psichiatria, psicologia, filosofia, e nemmeno, naturalmente, psicologia applicata e Counseling Filosofico.
    Quindi sono pienamente d‟accordo con le cose che lei ha detto, anche se le immergerei in questa prospettiva che, tra l‟altro, rimette in discussione anche gli infiniti idola, come questo, per esempio, secondo cui una persona ansiosa va dal medico e questo si sente immediatamente chiamato a risolvere la sua ansia con gli ansiolitici, che la distruggono neanche fosse un tumore da annientare. Secondo me sarebbe necessario, invece di distruggere l‟ansia, sterminare la sterilizzazione delle emozioni, l‟indifferenza, l‟apatia e la fretta (che, secondo Hillman, è una delle più terribili negatività della nostra vita) che dominano la nostra società contemporanea. Intesa quale rifiuto della pazienza e rifiuto dell‟attesa, la fretta significa proporsi mete che si vogliono raggiungere immediatamente, al di là di ogni atteggiamento di riflessione. Sono convinto, allora, che se abbiamo come maestra di vita l‟ansia possiamo creare qualcosa di significativo, ma se abbiamo come maestra di vita la fretta, non riusciremo a realizzare nulla di personale, di importante, e non saremo neanche in grado di ascoltare e di aiutare gli altri.
    «Beh, insomma, mi dica quali sono i suoi disturbi», è una delle domande ricorrenti che il medico frettoloso rivolge al suo paziente, per non parlare degli psichiatri che si limitano a conoscere e sondare solo la storia clinica, e non della storia della vita dei propri pazienti. Si tratta di due storie ben diverse e dovrebbero servire, entrambe, a fare una diagnosi. La storia clinica è l‟espressione dei disturbi che il paziente prova in quel momento, descritti, formalizzati e formulati in senso clinico, mentre la storia della vita significa invece ripercorrere l‟esistenza del paziente nella sua totalità; ovviamente, ciò implica che un incontro, un colloquio psichiatrico, possa durare più di un‟ora, soprattutto quando l‟angoscia è tale che l‟interruzione significherebbe, potrebbe significare, il suicidio del paziente.
    Nel rapporto psicologico che abbiamo con le persone, quindi, possono saltare molti dei paradigmi “tecnologici” di cui oggi il mondo vive sulla scia della capacità – purtroppo, credo, terribile – classistica degli Stati Uniti. Il DRG, cioè il tempo che ogni ospedale attribuisce al medico per fare una visita, ad esempio, è di venti minuti; ma se, nel caso si tratti di visite oculistiche, dieci minuti possono essere sufficienti, nell‟ambito della consulenza psichiatrica venti minuti non possono affatto bastare.
    Questo atteggiamento, tra l‟altro, comunica anche, istantaneamente, l‟orrore a cui si giunge ponendo il criterio della “cronologicità” come assoluto, e come parametro esclusivo per valutare la capacità del medico; vige la convinzione che se uno psichiatra riesce a fare tre visite in un‟ora è di gran lunga più bravo, agli occhi dei dirigenti dell‟ospedale, dello psichiatra che impiega un‟ora. È questo, allora, il cambiamento radicale che noi dobbiamo attuare tra il tempo micidiale dell‟orologio, della clessidra, è uguale per ciascuno e per ciascuna di noi, e il tempo vissuto, per il quale, come loro sanno, questa ora e mezza di discorsi un po‟, così, rapsodici, possono essere lentissimi per taluni e velocissimi per altri.

  • Domanda.
    Lei ha posto la differenza tra immedesimazione ed identificazione, che credo sia estremamente importante per tutte le persone che si trovano ad affrontare una relazione d‟aiuto. Credo che sia fondamentale il discorso sul rispecchiamento e sulla distanza emotiva, mentre ritengo che sia banalizzata la parola empatia di cui parlava prima.

    Risposta.
    Nel corso della nella nostra vita, e soprattutto nel momento in cui si risponde a una richiesta d‟aiuto di natura “umana-psicologica”, ci troviamo sempre una persona di fronte a un‟altra. Posso ascoltare le cose che mi vengono dette, cercare di riviverle dentro di me, e cercare di cogliere in quale misura senta come mie, almeno virtualmente, le sofferenze, le angosce, le esigenze e i desideri della persona che mi sta davanti. Quindi, questo scambio, questo fluire ininterrotto di analisi interiori da una parte, e di captazione e percezione di quello che dall‟altra parte – è la cosa più importante – si sente, si ascolta o si soffre, ecco, questo fluire inesauribile, interscambiabile, è una premessa affinché si possa conoscere e intuire che cosa l‟altra persona realmente senta, provi, e di cosa realmente soffra.
    Ma la distanza esistente tra me e l‟altra persona è anche una distanza psicologica, che si sovrappone al tema dell‟immedesimazione, dell‟identificazione, della vicinanza e della distanza. Dobbiamo chiederci: «In che misura sono distante?», e in che misura riesco a immedesimarmi nei sentimenti e nelle emozioni che provo nei confronti dell‟altro, pur mantenendo quell‟invisibile distanza che mi consenta, in qualche modo, di guardare dall‟alto, di riflettere sulle cose che ascolto, senza renderle totalmente mie, e facendo in modo che il dialogo, il colloquio non si trasformi in una mera identificazione, cioè in un completo svuotamento dei miei sentimenti e delle mie emozioni in favore di quelli che sono i sentimenti che provano gli altri?
    È evidente che i temi della vicinanza e della distanza rivestono una grandissima importanza nell‟ambito delle relazioni umane; soprattutto nel momento in cui noi abbiamo a che fare con persone molto ansiose, la vicinanza, per così dire, portata avanti fino ai confini o ai limiti dell‟identificazione, giunge a rivestire una grande importanza, fornendo all‟altro la sensazione di essere capito, accolto e ascoltato. Se invece, dall‟altra parte, abbiamo a che fare con una persona depressa, triste o malinconica, i maggiori rischi vengono non dall‟essere distanti, ma dall‟avvicinarsi troppo: dal momento che chi vive un‟esperienza depressiva si sente assediato, aggredito e minacciato dagli altri, colui che si trova a confrontarsi con una persona depressa – medico, psichiatra, psicologo, filosofo – deve avere coscienza che, oltre allo spazio geometrico, alla distanza geometrica, esiste una distanza psicologica, una “distanza vissuta” che cambia in ciascuno di noi, e che assume una certa rilevanza proprio quando abbiamo a che fare con una persona depressa. (Questo, tra l‟altro, è anche il tema del perturbante, dello spaesante, all‟interno del quale rientra la tematica stessa delle vicinanza e della lontananza). Questa, infatti, vive gli spazi come troppo ampi, troppo immensi – questo è anche uno dei limiti, spaventosi, degli ospedali psichiatrici: un paziente, qualora venga ricoverato in una stanza immensa, sente aumentare ancor di più la sua angoscia, la sua depressione, che diventano, istantaneamente, ancora più pesanti, più incontrollabili e ancora più carichi di desolazione e di disperazione.
    Se invece abbiamo a che fare con una situazione opposta a quella depressiva, che potremmo chiamare “maniacale” – loro sanno cosa intendo – la coscienza dello spazio vissuto cambia completamente, radicalmente. Se sono in una condizione «ipertimica», diciamo così, di gaiezza panica, di gioia panica - anche se la gioia è qualcosa come la sabbia che sfugge tra le dita – mi sento divorato dalla sete e dalla fame degli spazi, e qualora il paziente venga ricoverato in camere chiuse, senza finestre, senza luce e con i soffitti bassi, la sua malattia si scatena, diventa aggressivo, violento, e gli stessi psicofarmaci si indeboliscono enormemente e perdono parte della loro efficacia.
    Allora, il tema della distanza e della vicinanza (non solo come distanza e vicinanza fisica) rientra all‟interno della tematica dello “spazio vissuto”, e assume una certa importanza quando si entra in contatto con i problemi psicologici che sono presenti in ciascuno di noi. Non pensiate di esserne estranei; l‟essere nevrotici è una delle condizioni essenziali del vivere, onde evitare di finire in quel frigorifero delle emozioni che ci trasformerebbe in robot indifferenti e incapaci di entrare in un caldo contatto con gli altri (talvolta indispensabile per salvare un‟esistenza umana).
    Quando mi sento dire: «Dobbiamo essere tecnici e freddi esecutori di un destino fatto di farmaci», penso che quando una persona sta male - qualche volta sarà capitato anche a Loro di non stare bene – le sue antenne si fanno improvvisamente più acute, più sensibili, e le cose che prima sfuggivano e alle quali non dava importanza, assumono un altro rilievo. Essere malati significa allora acquisire una carica, o comunque una prospettiva interpretativa, infinitamente più ricca, più sensibile, più acuta, e alla luce della quale l‟indifferenza degli altri – soprattutto di medici e infermieri – viene colta istantaneamente.
    È evidente, dunque, che lo spazio vissuto cambia in funzione del nostro stato d‟animo. Essere distanti nei confronti di un paziente schizofrenico, ad esempio, può diventare un rischio fatale, in quanto già di per sé il paziente schizofrenico vive la propria esperienza come imprigionato in una lontananza astrale dal mondo, e se anche il medico, l‟infermiere, lo psicologo, il filosofo entrano in questa dinamica, la solitudine profonda di cui soffre (lo schizofrenico come il depresso) cresce vertiginosamente. In questo contesto, allora, identificarsi fino in fondo con quello che i pazienti ci dicono significa apparentemente essere persone capaci di generosità, di passione, ecc., ma significa anche che dall‟immedesimazione, quale partecipazione emozionale intensa, rischia di venire meno quella che potremmo chiamare la “dimensione critica”, la percezione dello spazio vissuto in cui ciascuno di noi vive, che non dovrebbe mai essere superato, pena lo scadere in una forma di aggressività intesa quale espressione della perdita della percezione dei confini dell‟altro. Questi sconfinamenti impongono all‟altro la percezione e l‟impronta delle cose che provo io, che sento io, e che trasmetto, quindi, a quella che è la vita del paziente, e al significato stesso che egli attribuisce alla propria esistenza.
    Sul tema della vicinanza e della distanza, sul tema dell‟immedesimazione e dell‟identificazione sono stati scritti libri molto importanti. Si tratta di argomenti sui quali dovremmo discutere insieme nei diversi aspetti, complessi e ardui, e che implicano una continua riflessione sulla nostra vita interiore e sulla vita interiore degli altri.
    Capire il segreto di una vita è un‟impresa talvolta impossibile; è necessario superare e togliere le maschere i “mille volti” dei quali parla Rilke pur correndo il rischio che alla fine, dopo che sono stati tolti tutti, si scopre che ce n‟è ancora uno che non è stato scoperto; questo aspetto è una riproposizione della complessità, della difficoltà, della serietà, ma anche, se vogliamo, del largo significato, anche etico, che assume il proposito di aiutare l‟altro, e di riuscire a sfondare i mondi autistici in cui tutti siamo imprigionati.
    Scheler ha scritto pagine molto belle su questa identificazione “eins”, cioè diventare uno con l‟altro, e questa ”einfuhlung”, che significa invece partecipare al destino dell‟altro pur mantenendo la dualità. Ecco, questa è la risposta ultima, Signori, che posso fornire: nella immedesimazione siamo un io e un tu che, insieme, costruiscono un noi; mentre nell‟identificazione la dialettica dell‟ essere io-essere tu viene annullata (come avviene nell‟estasi mistica di cui parla, tra gli altri, Teresa d‟Avila, intesa come unione mistica e perdita di confini…anche se noi non ci troviamo nei cieli stellati dell‟ispirazione mistica, bensì nel campo accidentato delle analisi psicologiche).
    La ringrazio molto della sua domanda, molto bella e interessante; e vorrei ancora sottolineare che, secondo me, proporre delle questioni significa scavare un solco e squarciare le nubi che ostacolano gli orizzonti della comprensione. Ritengo che sia molto più difficile proporre delle domande piuttosto che fornire delle risposte; in fondo il lavoro originale è compiuto da colui che domanda qualcosa, mentre chi risponde, più o meno, si arrangia, come sto cercando di fare io in questo momento. Grazie.

  • Domanda.
    Quanta importanza ha il “vivere il proprio nulla” , il “nulla del proprio sapere” nel rapporto cosiddetto empatico con l‟altro? Voglio dire, quale significato assume la parola “menzogna” nell‟empatia?

    Risposta.
    Questa è una domanda senza dubbio molto importante e complessa, che presenta più snodi tematici. Mi riallaccio a quanto dicevo a proposito della cultura, dell‟erudizione del medico nei confronti di un paziente. In psichiatria ha molta importanza la grande tesi della epochè husserliana; quando Husserl parla della “sospensione del giudizio” intende dire che la conoscenza degli stati d‟animo (lui parla della conoscenza dei noccioli profondi, eidetici, della realtà) si riesce a cogliere soltanto quando “mettiamo tra parentesi” (epochè significa questo) tutte le cose che abbiamo imparato, tutte le cose che sappiamo, tutti i fiumi di erudizione nei quali ci siamo bagnati, anche solo per poco tempo.
    Una delle premesse perché un incontro tra una persona e l‟altra avvenga nel modo più creativo, più umano, più semplice, più immediato, più sincero è appunto quello di “mettere tra parentesi” le cose che conoscevamo già, per imparare nell‟incontro qualcosa di nuovo. Il sapere, il conoscere la realtà psicologica dell‟altra persona non nascono dalle conoscenze che io (medico, filosofo, psicologo) ho, dalle esperienze che ho fatto, ma nascono soltanto se questa conoscenza si fonda e si nutre contemporaneamente delle cose che dice il “paziente” (“cliente” mi sembra essere un termine molto terrificante quando si parla di scienze umane).
    La conoscenza nasce pertanto dalla partecipazione di entrambi i “componenti” (diciamo così) del dialogo, del colloquio, della relazione non solo umana ma anche terapeutica. Quindi, bruciamo il più possibile tutte le cose che abbiamo imparato, tutte le conoscenze tecniche che abbiamo, e cerchiamo invece di vivere la relazione del “presente” nella sua immediatezza e nella sua creatività.
    Ogni vero incontro, ogni vero dialogo nasce allora nella misura in cui noi sappiamo bruciare le conoscenze e i pregiudizi che abbiamo. Ad esempio, se io parto dalla tesi che la “schizofrenia” è una malattia ereditaria, una patologia causata biologicamente, cronicizzante, quale esperienza riuscirò a fare nell‟incontro con un paziente, quando qualunque cosa io gli dica, qualunque cosa io provi (ammesso che io sia interessato alle cose che provo) è già tutto bruciato, tutto sepolto, assorbito nel solco di questa tesi aprioristica?
    Il tema della menzogna: qualche giorno fa una giornalista de La Repubblica - ogni tanto mi fanno qualche intervista – chiede la mia opinione a proposito di un libro dedicato alla menzogna (un libro che non vi consiglio, in quanto credo che sia terribile). Comunque, questa giornalista chiede a me (che c‟entravo un po‟ come i cavoli a merenda) di parlare del tema della menzogna in riferimento al modo di essere in relazione con gli altri.
    Istintivamente, mi è venuto in mente di distinguere tra quelle che possiamo chiamare “bugie” (che possono essere “bugie pietose”), e le cosiddette “menzogne” (che non sono mai “menzogne pietose”). Perché dico questo? Perché nei gesti e nei significati che noi usiamo, la struttura portante nasce dalla “intenzione”, dalla “intenzionalità” che uno ha in sé. Anche questa è una delle grandi intuizioni di Husserl. Nelle bugie pietose, la mia intenzione non è quella di ingannare l‟altro per danneggiarlo, per acquisire dei vantaggi o comunque per ottenere qualcosa che mi interessa; e se esse implicano la falsificazione apparente del reale, si tratta di una falsificazione che viene fatta in vista di quella che io ritengo essere, in quel momento, l‟esigenza della persona che entra in relazione con me.
    Tutte queste cose, invece, non valgono per la menzogna, perché in questo caso sussiste l‟intenzionale volontà di distruggere o comunque di negare la relazione, di togliere ogni significato a quello che viene detto. Ciò che viene detto nella menzogna non è finalizzato a interpretare un‟esigenza, un bisogno di aiuto dell‟altro, ma solo per dare corpo a una propria violenza interiore.
    In questa distinzione, allora, risiede il problema essenziale per cui nelle cose che diciamo, nei nostri comportamenti, non conta l‟ “apparenza” ma contano i “significati”, le “intenzioni” con cui noi parliamo e analizziamo le cose. Anche questa è indubbiamente una distinzione filosofica, che poi la psichiatria ha fatto propria.
    E‟ giusto, quindi, dire la verità al malato? Una affermazione assiomatica come: «Dobbiamo dire la verità al malato» implica la distruzione di ogni contenuto umano che c‟è nella relazione, in questo caso tra medico e paziente. Questo atteggiamento prescinde dalla psicologia del malato, dai bisogni che il malato ha, e non considera altresì la necessità che ogni malattia può avere discrezione e protezione psicologica. Ci sono infatti verità che possono costare la vita di un paziente. L‟idea preconcetta e quasi delirante che “la verità ci rende liberi” porta con sé, talvolta, catastrofi psicologiche.
    Questo è il succo di una piccola intervista che, in qualche modo, si riaggancia al tema della menzogna.

  • Domanda.
    A proposito del “consenso informato”, l‟ordine degli psicologi di Torino ha distribuito dei fogli in cui veniva espressa la necessità di esporre al paziente la durata della cura, la diagnosi e renderlo partecipe (è una follia) del counseling psicologico o del lavoro psicoanalitico, che sai benissimo quando inizia ma non sai quando finisce. Condivido profondamente con Lei il fatto che c‟è una verità che non è assoluta, assiomatica, ma è relativa alla capacità di sopportazione della persona che hai di fronte, e del complesso delle persone che sono intorno.

    Risposta.
    Certo, grazie. E‟ bellissimo questo, e si riferisce a questa logica perversa della deresponsabilizzazione.

  • Domanda. Un paio di considerazioni e una mezza domanda. In primo luogo vorrei trasmettere quello che io ho provato sentendo Lei, perché prima ancora che un uomo di cultura ho sentito l‟autenticità, ho sentito il coraggio di fare certe cose; secondo me l‟hanno sentito tutti. Ho avuto la fortuna, qualche mese fa, durante un corso di formazione che tenevo a Novara, di conoscere un‟infermiera che ci raccontava di aver lavorato con Lei (purtroppo non ne ricordo il nome). Forse Lei la ricorda perché ha avuto un‟esperienza in Africa per diversi anni, aiutando le mamme africane a trovare dei sostituti per il latte. Questa donna mi aveva colpito per un fatto: non per la cultura perché (per sua diretta ammissione) ne aveva poca, ma perché trasmetteva “verità ed esistenza”, era cioè una donna “vera”.
    Allora, la mezza domanda è: un counselor, una persona che si prende cura di qualcuno, prima ancora di avere un metodo non è che forse deve essere “semplicemente un uomo”? Mi viene in mente quella frase di Pascal nei Pensieri: «Che bello scoprire, dietro lo scrittore, l‟uomo». Io penso che ciò che di continuo dobbiamo trasmettere alla “persona” (Lei prima ha detto “paziente”, io ho qualche perplessità), è il fatto di essere “due uomini”, e l‟altro si deve sentire in primo luogo come “uomo vero”, come “uomo autentico”. Penso che sia una sfida tremendamente difficile per chi vuole occuparsi, a tutti i livelli, dell‟altro (qualsiasi mestiere faccia nei confronti dell‟altro), quella di diventare il più possibile “se stesso” e trasmettere all‟altro quella verità, anzi il suo tentativo di essere un uomo vero. Vorrei sapere cosa ne pensa.

    Risposta.
    Grazie. Sì, questa infermiera che si chiama Ausilia è stata in Africa; in realtà non ha una grande cultura ma certo ha un cuore straordinariamente intenso, palpitante, per cui riesce a sfondare e a muovere le montagne.
    Il fatto di essere umani fino in fondo è la premessa per poter poi essere dediti agli altri; ma certamente non basta (anche se si possiede la più intensa matrice umana della vita). L‟incontro con l‟altro è infatti un incontro con un altro mondo, con un‟altra psicologia, con una serie infinita di altri problemi. Per delineare qualunque gesto, azione e parola, all‟interno di un colloquio terapeutico o conoscitivo, occorrono anche delle riflessioni psicologiche pratiche; con il cuore, certo, si colgono verità assolute, ma non basta il cuore per cogliere e per distinguere, ad esempio, una tristezza da una malinconia leopardiana. Se avessimo avuto la possibilità di incontrare Giacomo Leopardi sarebbe apparso chiaro che la sola cosa di cui avrebbe avuto bisogno era cogliere una testimonianza umana intorno a sé; gli abissi della sua psicologia e dell‟ interiorità certo li conosceva già profondamente, radicalmente.
    La vita, la psicologia di ciascuno di noi, è fatta però di contraddizioni, di ombre, di luci e di penombre, e non basta essere profondamente umani per cogliere, per analizzare e per capire. Sono necessarie indubbiamente anche le attitudini psicologiche (che Binswanger riteneva addirittura innate), e se abbiamo queste attitudini, la grande sorgente dell‟umanità trova dei sentieri lungo i quali articolarsi e lungo i quali svolgersi.
    In alcuni casi può essere sufficiente dire “siamo uomini”, “abbracciamoci tutti quanti”, dimostrare agli altri la passione che c‟è in noi ma, in molti casi, questo non basta. Ritengo comunque che senza la passione dell‟umano non bisognerebbe occuparsi degli altri. E‟ necessario però muovere da questa passione per acquisire alcune conoscenze psicologiche attraverso una formazione continua, che si può avere anche attraverso qualche libro ma soprattutto attraverso il confronto. Senza il confronto sulle cose che facciamo, sulle cose che pensiamo e sulle cose che immaginiamo, rischiamo di diventare sempre più autistici.
    Quando si è depressi si può certamente essere aiutati dall‟umanità di un medico e di un‟infermiera, ma questa non basta. La loro umanità si deve accompagnare alla percezione, ad esempio, del rifiuto di ogni contatto fisico che il paziente depresso ha in sé: se io stringo la mano ad un paziente depresso posso farlo sull‟onda della mia partecipazione emotiva ma gli faccio del male, perché il paziente depresso rifiuta ogni contatto fisico. E‟ quel problema, di cui vi dicevo, della distanza e della vicinanza.
    Dobbiamo quindi guardarci dal ritenere che tutto si risolva sul piano di un grande cuore, in quanto questa “vocazione” ha bisogno anche di allearsi a un continuo processo di analisi interiore. E‟ possibile essere buoni, capaci di grandi slanci umani, senza avere il coraggio di guardare dentro di sé, senza il coraggio di selezionare i sentimenti e le emozioni che abbiamo in noi, senza la capacità di gestire i sentimenti ambivalenti di amore e di odio (che si rivolgono anche a persone care), senza la consapevolezza che alcune nostre emozioni, se espresse, possono danneggiare chi dall‟altra parte le ha perdute oppure desidera averle. Questo è un punto cruciale, per cui Le sono molto grato della domanda. Bisogna essere estremamente chiari perché altrimenti c‟è il rischio di scadere in quello che potremmo chiamare “riduzionismo umanistico”, cioè ritenere che basti essere umani per aiutare gli altri, per guarire gli altri, per far rinascere la speranza negli altri.
    Così come il “riduzionismo biologico” è quello che risolve tutto sul piano farmacologico, il “riduzionismo ermeneutico” è quello che tende a ridurre tutto sul tema della soggettività, della interpretazione soggettiva degli eventi. A volte questa non basta, è necessario contestualizzarla. Senza questa domanda, di cui le sono molto grato, non avrei forse precisato fino in fondo quale deve essere il pensiero di chi, occupandosi di psichiatria, si incontra con gli altri infiniti destini possibili della vita.

  • Domanda.
    La ringrazio. Concordo pienamente con Lei. In realtà, con “verità esistenziali” non pensavo semplicemente a una fusione di cuori, a un generico “vogliamoci bene”; tutt‟altro. Mi sembra però, per mia diretta esperienza, che l‟altro sente se io sono vero. Se io gioco me stesso in quanto presente e in quanto autentico, posso anche non fondermi con l‟altro, posso anche avere un atteggiamento di durezza, però l‟altro mi sente vero ed è disposto ad ascoltarmi. Può anche non esserci “fusione empatica”, però Lei mi trasmette un‟idea di verità esistenziale. E penso che, soprattutto per noi counselor filosofici, questo sia fondamentale. Dobbiamo cioè trasmettere all‟altro la nostra soggettiva verità esistenziale (ciascuno avrà la propria), non solo il cuore.
    Vorrei farle una domanda sul senso di impotenza che si può provare di fronte a certe situazioni, quando una persona ha sviluppato delle attitudini nel cogliere anche ciò che non viene espresso e dichiarato. Situazioni in cui posso accorgermi di una sofferenza profonda in persone che però non chiedono aiuto, che non esprimono una volontà di aiuto. Penso che sia una situazione in cui un “operatore” può trovarsi. Volevo sollevare questo tema anche per capire gli atteggiamenti da tenere rispetto a domande come: “Posso insistere?”, “Mi devo fermare?”, “Devo accettare che non posso?”.

    Risposta.
    Bellissima domanda anche questa, che coglie un altro degli aspetti problematici, difficili, dell‟entrare in relazione con gli altri. Lei ha distinto tra: il senso di impotenza, quando le cose non cambiano, e il senso “tecnico” di come ascoltare, come chiedere, come interrogare, come cogliere il senso delle cose inespresse.
    Per quanto riguarda il senso di impotenza, indubbiamente non riusciamo ad essere d‟aiuto di fronte ad alcune situazioni psicologiche umane radicate, profonde o talvolta quasi insormontabili. Non dovremmo però assolutizzare la nostra possibile tendenza alla onnipotenza. Ciascuno di noi infatti ha attitudini diverse a confrontarsi con le differenti modalità di vita. Guai se noi medici ritenessimo di essere adatti ad ascoltare indifferentemente pazienti depressi, isterici, ansiosi, ossessivi o schizofrenici. La complessità della vita psichica è tale per cui, in genere, ciascuno di noi può essere d‟aiuto soltanto ad alcune di queste possibili forme di sofferenza.
    Pertanto, mai ritenere che il nostro fallimento sia la necessaria conseguenza dell‟inguaribilità oppure dell‟incurabilità delle persone che abbiamo dinnanzi. Può essere solo lo scacco, il fallimento di quello che io sono, di quello che io so dare, delle parole che uso, della mia formazione, del mio linguaggio, dei gesti. Dobbiamo avere la consapevolezza di realizzare quello che siamo e di arrivare poi a essere coscienti del fatto che non tutti coloro che hanno bisogno di aiuto hanno bisogno della stessa figura (del medico, dello psicologo o del consulente filosofico-psicologico).
    L‟impotenza molte volte è legata al fatto che ciascuno di noi ha un limitato numero di frecce a disposizione, per cui, quando si ha la percezione di non essere adatti ad ascoltare quella persona che abbiamo davanti, bisogna avere il coraggio di dire: “Cerchiamo qualche altra persona che possa essere più adatta a seguirla, a curarla e anche a guarirla”.
    Non basta, come prima sostenevo, un generico slancio umano per curare indistintamente persone depresse o persone ansiose, persone ossessive oppure persone inquiete; è necessario intuire l‟esperienza umana, occorre l‟ascolto di sé. Questa è una delle condizioni che si riallaccia alla prima parte della domanda.
    Secondo aspetto, secondo problema: quali parole usare nei confronti delle persone che avviciniamo, che chiedono il nostro aiuto? A parte l‟area del silenzio, a cui accennavo, si tratta di un minimo di capacità rabdomantica nel cogliere, al di là delle cose che vengono dette ed espresse, quello che è il nocciolo vero della sofferenza o del conflitto che c‟è dall‟altra parte. Questo conflitto ha bisogno a volte di incontri ripetuti per riemergere, può essere a volte colto attraverso il “linguaggio delle parole”, il “linguaggio del volto”, il “linguaggio degli occhi”. A volte la simulazione o la dissimulazione si riesce a cogliere se sappiamo fulmineamente distinguere e poi contrapporre che cosa ci dicono gli occhi di una persona e che cosa ci dicono le sue parole. Questo può sembrare un argomento elegiaco ma, in realtà, dentro a queste osservazioni psicologiche si nascondono delle cure, delle terapie che riescono a realizzarsi oppure che falliscono.
    Già aver proposto, come Lei tranquillamente ha fatto, questi rischi, dimostra un‟attenzione (che è la cosa più importante) a cogliere le contraddizioni, nascoste a volte, che ci sono nella vita, che ci sono nella nostra quotidiana presenza terapeutica o psicoterapeutica. Tutte cose banali per chi sta bene, cose che possono sembrare dell‟altro mondo quando però state male; non è che vi auguri di star male, anche se stare male, soffrire (di depressione, di ansia) significa recuperare falde profonde interiori della nostra vita, che una vita quotidiana e banale di ogni giorno non ci consente nemmeno mai di sfiorare. La ringrazio molto. Bellissima domanda.

  • Domanda.
    Recentemente mi sono fatto uno schema e volevo sapere se Lei può confermarlo oppure correggerlo. Lo schema è questo: le emozioni nascono dai pensieri, i quali nascono dai neuroni che sono stati stimolati da stimoli esterni o interni. Le emozioni, a loro volta, si esprimono con un linguaggio verbale o non verbale. Questo è lo schema che Le volevo sottoporre.

    Risposta.
    Questo è il tema prediletto dalle neuroscienze, che partono dalla premessa di quello che abbiamo chiamato “riduzionismo biologico”: i pensieri, le immaginazioni, le fantasie, le emozioni, le parole, tutti questi atti psichici hanno non soltanto dei correlati con fenomeni neurofisiologici ma hanno una identificazione; per cui ogni mio pensiero, ogni mio sogno, ogni mia immagine è ritrascritta in quello che è il funzionamento cellulare neurotrasmettitoriale. Se partiamo da questa tesi identificatoria è ovvio che vengono a cadere anche temi quali la libertà, la coscienza, l‟autonomia, l‟individualità, e vengono riassorbiti, esclusivamente generati e prodotti da quelli che sono i meccanismi cerebrali, nervosi, neurofisiologici, neurochimici, neurotrasmettitoriali. Per cui, nessuna differenza tra pensiero ed emozioni, se non il fatto che hanno diverse sedi cerebrali. Da qui non si esce.
    Il problema che però mi sembra insuperabile in queste tesi riduzionistiche è il fatto che sì, è vero che, se qualcuno registrasse in questo momento le mie funzioni cerebrali, se qualcuno con una tac selezionatissima ritrascrivesse quelli che sono gli andamenti neurotrasmettitoriali, neurochimici del mio cervello troverebbe delle modificazioni, delle varianti che, partendo dal riduzionismo biologico, neuroscientifico, non sono correlati, ma sono invece processi di identificazione.
    Il problema vero e proprio, però, è che non c‟è registrazione di attività cerebrali che dimostri come mai io abbia la percezione soggettiva, abbia cioè la coscienza soggettiva di quello che penso, di quelle che sono le mie emozioni, di quella che è la mia volontà. Questo criterio della soggettività, questo criterio eminentemente psichico non riusciamo a ridurlo, a trasferirlo, ad annullarlo, a cancellarlo.
    Carlo Sini, ordinario di filosofia teoretica, ha scritto in un linguaggio durissimo contro coloro i quali scotomizzano, cancellano la dimensione soggettiva del pensiero e delle emozioni e ritengono di poter ritrascrivere tutto, di poter trasferire tutto quello che avviene in noi sul piano di semplici meccanismi neuronali, sino al punto di alcuni che sostengono come siano i neuroni a produrre i nostri pensieri. Non ci sarebbe più alcuna distinzione tra soggettività e vita psichica.
    Ci sono anche alcuni psicologi americani (e non solo americani) che sostengono che la psichiatria e la psicologia hanno ormai le ore contate, che esiste soltanto una “folk-psycology”, cioè una psicologia popolare che continua a parlare di vita psichica separata dalla vita organica, dalla vita biologica, dalla vita cerebrale. Noi tutti saremmo soltanto delle comparse, attori di una grande illusione che tra poco sarà cancellata, distrutta, perché più nessuno parlerà di psicologia e di psichiatria ma soltanto di neuroscientificità, soltanto di funzioni cerebrali più o meno complesse.
    Sini al contrario ritiene che le tesi delle neuroscienze siano, dal punto di vista filosofico, delle semplici follie, perché non c‟è nessuna continuità logica fra quello che è soggettivo nei confronti di quello che è oggettivo.
    Se le cose andassero come le neuroscienze sostengono, si salverebbero soltanto la farmacoterapia e la farmacopsichiatria, perché tutto il resto (il linguaggio delle parole, linguaggio dei gesti, la comunicazione, la psicoterapia-counseling) tutto sarebbe travolto, e si ridurrebbe a un misero cumulo di macerie.
    Grazie di questa domanda, che è stata schematica ma molto importante.

  • Domanda.
    Erich Fromm si ispirava al motto di Terenzio: “Humani nihil a me alienum puto” (Non c‟è nulla di estraneo dentro di me che io non possa trovare nell‟altro). L‟ “inconscio” non è quindi una metafisica astratta ma è l‟insieme delle possibilità esistenziali che io posso vivere attraverso l‟altro.

    Risposta.
    Scusate se salto di palo in frasca ma è una sensazione. Una delle esperienze più drammatiche che facciamo è la solitudine profonda in cui le persone vivono. In alcune forme lievi di depressione anche stringere la mano significa testimoniare qualcosa che apra una breccia di speranza. Si può stringere la mano o non lo si può fare a seconda del modo in cui il paziente “rivive” la stretta di mano. Se dall‟altra parte si vive la stretta di mano come un‟invasione, ecco che la stretta di mano (che vale per tanti altri casi) in questo caso fallisce miseramente.
    Siamo sempre in due, si tratta di mettere in pratica lo scambio delle parti: la conoscenza nasce soltanto se anche il paziente diventa interprete dei propri disturbi.

    Grazie della vostra attenzione che, maieuticamente, mi ha aiutato a dire qualcosa.