Il bisogno di Filosofia nella società di oggi

Posted by: Prof. Ezio Risatti *

Nella società dei secoli scorsi, ma possiamo arrivare fino alla metà del XX secolo, il bisogno naturale di filosofia era soddisfatto dalla cultura dominante che imponeva la sua visione. Non c'era scambio, condivisione confronto tra culture diverse, la maggior parte delle persone viveva all'interno di una realtà locale molto predeterminata, con un forte rapporto di contenimento: una monocultura assorbita per osmosi. Fin dai primi anni di vita veniva insegnato il senso e il valore di ogni cosa. Così tutti sapevano, o almeno avevano un'idea più o meno consapevole, qual era il senso della vita e della morte, della famiglia e dei figli, del lavoro e dei soldi, del benessere e della sofferenza..., di tutti gli aspetti della vita del singolo, della comunità e dell'umanità tutta intera. I punti di riferimento di cui percepisce il bisogno un uomo per sentirsi a suo agio in questo mondo.

Tutto era così e basta. Non c'era neppure coscienza della possibilità di pensarla diversamente. Nell'Europa del '700, le persone capaci di sganciarsi coscientemente dalla cultura dominante che li circondava per pensare in modo autonomo, chiamavano se stesse Spiriti Forti, perché ci voleva realmente molta forza per ragionare per conto proprio. Chi si permetteva di contrastare questo sistema era sentito come pericoloso e praticamente emarginato, se non perseguitato, dall'ordine costituito.

Poi lo sviluppo scientifico e tecnologico hanno introdotto, in interazione tra di loro, fattori nuovi che hanno cambiato quel sistema in modo completo e definitivo. L'elemento determinante, per il discorso che ci riguarda, è stata la riduzione del tempo di lavoro necessario per rispondere ai bisogni primari, con un contemporaneo aumento delle disponibilità economiche medie della popolazione. Si sono liberate così risorse umane, economiche e di tempo, da dedicare allo studio, alla riflessione, allo scambio di idee. Molte persone hanno incominciato ad interrogarsi sui perché fondamentali della vita e le risposte standardizzate, acquisite con la cultura dominante, non riuscivano più a convincere come prima.

L'altro aspetto dello sviluppo che ha dato un contributo determinante a questa evoluzione è stata la possibilità di contatto tra culture diverse. Credo che sia stato il cinema il primo canale che nel XX° secolo ha presentato in modo popolare, capillare ed efficace una cultura lontana e diversa a tutto il contesto popolare di un'altra cultura. Il cinema ha avuto una potenza di impatto culturale ben superiore ai testi universitari e ai romanzi famosi. Poi sono arrivati i fumetti, i romanzi popolari, la televisione... e via via il turismo e poi internet che ha dato il colpo di grazia al vecchio sistema. Ora le culture diverse si incontrano e si scontrano continuamente ed inevitabilmente, più nel tentativo di imporsi che di confrontarsi, integrarsi e arricchirsi vicendevolmente. Ma al di là di questa guerra di culture, il sistema passa un messaggio più profondo: si può pensare diversamente, si può pensare cose impensabili, si può mettere in discussione tutto. Dimostrazione: altri l'hanno sempre pensata in modo diverso, quindi si può.
Dunque: non esiste un sistema di pensiero unico, garantito e obbligatorio. Non esiste un tabù ideologico, si può pensare diversamente (e di fatto è così) su qualsiasi argomento: da qual è la più bella squadra di calcio (la mia, ovviamente) a chi è Dio. Ad un livello logico superiore si può dire che la cultura attuale ti obbliga a pensare che tutti possono pensare quello che vogliono: è severamente vietato pensare che esista un pensiero obbligatorio. Questo alla fine sei obbligato a pensarlo.

Due esempi di cambiamento che hanno rivoluzionato la visione della vita: la percezione della fatica e del dolore. La fatica era considerata parte ineliminabile della vita. Non esisteva neppure l'immagine mentale di una macchina che potesse fare il lavoro al posto dell'uomo. Gli animali aiutavano, ma al prezzo della loro fatica, e così i servi e gli schiavi. Faticare era parte integrante dell'ordine delle cose. Tutto era fatica: i lavori domestici: prendere l'acqua, cucinare, lavare... I lavori dei campi: zappare, piantare, raccogliere. Magari tanta poetica gioia nel raccogliere, ma era fatica pure quella. Il lavoro degli artigiani, dei mercanti... e tutto il resto della vita. Poi sono arrivate le macchine che hanno progressivamente sollevato l'uomo, prima dalla fatica fisica e poi dalla fatica mentale.
Allora è scoppiata la speranza, anzi, direi l'illusione, che tutta la fatica potesse essere evitata: non è vero che l'uomo è condannato a fare fatica, si può produrre senza fatica, si può vivere senza più nessuna fatica.
Invece la barriera della fatica è stata solo spostata: da quella materiale verso quella mentale e interiore. Si può arrivare ad alleviare in parte la fatica dello studio attraverso tecniche e sussidi, ma non si elimina totalmente. C'è poi una fatica di crescere che non può essere evitata. Si potrà domani evitare anche questa fatica? Io lascerei il problema ai filosofi di domani. Oggi costa fatica a tutti.

Il dolore: anche qui il rapporto sviluppo scientifico e cultura sono cambiati in simbiosi. Il dolore fisico era considerato inevitabile. I rimedi erano assolutamente inadeguati. Poi sono arrivati gli analgesici, gli anestetici ed è diventato possibile non sentire più di tanto il dolore fisico. E anche qui è scoppiata l'illusione: l'uomo può vivere senza dover affrontare il dolore, nessun tipo di dolore.
Certo ci sono metodologie e tecniche per gestire meglio e patire meno anche il dolore interiore, ma si è solo spostato il confine. Forse la piramide dei bisogni di Maslow (mutatis mutandis) vale anche nel campo del dolore: quanto è più forte il dolore ai livelli più bassi della piramide, tanto meno si è sensibili alle sofferenze legate ai livelli superiori. Il dolore fisico assorbe tutte le attenzioni di una persona provocando una sorta di anestesia delle sofferenze interiori ai livelli superiori. E così queste, a loro volta, fanno da blocco e impediscono di percepire le sofferenze esistenziali, e così via. Quando si sente sofferenza fisica, non si percepisce più di tanto la sofferenza interiore. Man mano che si elimina o si riduce la sofferenza fisica, si percepisce più intensamente quella interiore. E anche qui si procede per gradi: la sofferenza interiore più profonda, si percepisce solo dopo che si è attenuata quella ai livelli più superficiali.
Un esempio banale: se fa male un dente, il dolore per l'abbandono di un amico si sente di meno. Ma questa non è una strada valida per alleviare i dolori profondi (darsi martellate sulle dita per non sentire la depressione), ma spiega come il disagio psicologico ed esistenziale sia più percepito da chi ha risolto i problemi primari.

Questi esempi ci illustrano come la popolazione di oggi possa essere sparsa su un ventaglio di idee estremamente vasto e su temi estremamente importanti, con estremismi di illusione arazionale che possono portare alle alienazioni più destabilizzanti.

Il pluralismo è figlio di questa evoluzione. Il pluralismo è una ricchezza che ha suoi indubbi vantaggi: la libertà di pensare e di muoversi in spazi prima inimmaginabili. Un esempio: a metà del XX° secolo gli autori di fantascienza immaginavano per i nostri anni un turismo spaziale tranquillo e consolidato sulla luna e su Marte, mentre è dal 1972 che nessun uomo mete più piede nemmeno sulla luna. D'altra parte internet non era stato immaginato da nessun autore di fantascienza e si è imposto con un a forza inarrestabile e con potenzialità che nessuno aveva potuto prevedere: vedi Mark Elliott Zuckerberg (nato il 14 maggio 1984), fondatore di Facebook. Nel 2008 la rivista statunitense Forbes lo ha nominato “Il più giovane miliardario al mondo”, ed è il “Miliardario per caso” protagonista del film di David Fincher. L'imprevedibile dunque tocca perfino il campo del “far soldi”, un campo accuratamente ed ininterrottamente esplorato fin da quando Creso, re di Lidia, nel VII secolo a.C. ha coniato le prime monete.

Ma... il pluralismo ha i suoi problemi e la libertà di pensare quello che uno vuole, si traduce anche in: libertà di non pensare. E così si è formata una classe sociale di persone che, davanti a tante proposte diverse, si è fermata, non ha scelto, è rimasta perplessa e vuota. Persone che non hanno abbracciato nessun sistema filosofico già organizzato e che non si sono attrezzate per vivere la vita in modo soddisfacente. Poi ci sono persone che si sono costruite un sistema filosofico proprio, con l'illusione di cogliere il meglio da ogni parte, fior da fiore, per raggiungere una perfezione che solo loro potevano raggiungere. Giusto come se fosse facile costruire un pensiero filosofico organico, coerente e completo. Sono nati così sistemi filosofici ad personam, normalmente ricchi di incoerenze, lacune, contraddizioni. Sistemi filosofici che non reggono alle difficoltà reali della vita.

Oggi ci sono così persone che si trovano a vivere in una depressione esistenziale che non corrisponde a nessuna delle forme di depressione descritte dalla Psicologia clinica. Sono persone del ceto medio – alto, con una sufficiente se non buona realizzazione lavorativa, una situazione familiare stabilizzata. Persone a cui sembra non mancare nulla e proprio questo “non mancare nulla” mette in evidenza la mancanza di un sistema di senso delle cose, dell'agire, del vivere in grado di sostenere la vita quotidiana. Non sanno più perché fanno le cose, non sanno neppure più perché esistono.
Altre volte sono persone che non ha non mai incontrato problemi significativi in un certo campo (salute, relazioni, soldi...) e che ad un tratto incappano in un problema più grande di loro. In quel momento si manifesta il loro non essere attrezzati per dare senso alle difficoltà, quindi non sanno dove rintracciare risorse interiori per organizzarsi e superare le difficoltà.

Infine altri vanno in crisi per la mancanza di un sistema gerarchico di valori. Davanti a scelte fondamentali per la vita di una persona, si affidano a percezioni superficiali, spesso nascoste dietro a: “Va' dove ti porta il cuore”. Nell'insoddisfazione del risultato, si chiedono poi ancora dove hanno sbagliato, non sono neppure in grado di localizzare il momento dell'errore.

Certamente la strada da intraprendere non passa dal ritorno alla monocultura filosofica. Non solo non sarebbe realizzabile, ma neppure auspicabile. L'impoverimento non può essere la strada migliore. L'uscita valida dal problema può essere solo sfruttare le ricchezze della nuova situazione. Mentre prima la cultura dominante funzionava come il letto di Procuste, ora ognuno può trovare qualcosa di adatto alle sue dimensioni, alla sua personalità, quindi è meglio oggi, ma resta il compito, direi anzi il dovere di cercarlo fino a trovarlo. È un meglio che costa di più ed è normale che sia così.

La ragione è la forza della filosofia, ma, avete mai provato a convincere a studiare un adolescente che non abbia voglia di studiare? I ragionamenti servono decisamente a poco. L'uomo usa l'intelligenza solo quando si sente sicuro che le conclusioni non andranno contro la sua sensibilità. I consigli sono come il tram: ognuno prende solo quello che va dove vuole lui.

Solo un lungo cammino di crescita permette ad una persona di essere coerente con le sue idee. E allora? È necessario camminare con tre gambe (e sì, l'homo philosophicus è un animal philosophicum strano).
Primo: insegnare la filosofia. Insegnare viene da “in-signum”, lasciare un segno dentro. Insegnare serve a trasmettere, a mettere dentro, alle nuove generazioni tutto il capitale di conoscenze accumulato nei secoli dall'uomo. Altrimenti ogni generazione dovrebbe ricominciare il cammino da capo: non si andrebbe mai da nessuna parte. Insegnare la filosofia con il metodo crociano della storia o con il metodo classico dei trattati, è sempre parlare all'intelligenza dell'uomo. Vuol dire introdurre nella mente di una persona diversi sistemi filosofici in dialogo tra di loro. E più uno riesce a farne entrare e meglio è.
Secondo: formare alla filosofia. Formare vuol dire dare la forma adatta al momento. La formazione è far apprendere sul momento quello che serve alla situazione. La formazione è continua per sua natura e, in un mondo in evoluzione sempre più veloce, diventa indispensabile per restare adeguati alle nuove realtà. Formare alla filosofia vuol dire fornire esempi concreti di risposte al caso vissuto. Sono letture mirate, riflessioni condivise, dialoghi a tema prestabilito che orientano le persone nella situazione in cui si trovano.
Terzo: educare alla filosofia. Dal Latino “e-ducere” trarre fuori dal di dentro, è il movimento contrario all'insegnamento. Si tratta di far percepire alla persona chi è nella sua realtà personale e sostenere la persona nell'aderire al suo essere. Ad esempio: non un sistema di valori astratto e, per quanto condiviso, proveniente dall'esterno, ma il proprio sistema di valori coscientizzato e trasformato in scelte concrete. Non il senso teorico del proprio agire, ma il senso del proprio essere trasformato in esistere concreto.

È fondamentale in questo processo all'interno di questa realtà. Infatti è il primo passo, appositamente saltato sopra (lo avevate notato, vero?). Se la filosofia si insegna a partire dalla propria cultura e dalla propria didattica; se la formazione si trasmette a partire dalla propria esperienza, l'educazione si comunica (cum munere) a partire dal proprio essere. È la sua serena solidità filosofica che risuona nel Cliente del Counselor e lo porta a darsi fiducia, ad ascoltarsi dentro, a scoprire il suo “essere fatto per”. È dalla risonanza dell'essere che parte il movimento dell'educazione (e-ducere). Da questo principio ne viene una conseguenza fondamentale per il Counselor: è chiamato ad essere, non a dire, fare...

Riprendiamo il discorso dall'inizio (si vede che è vicina la conclusione): in un periodo storico di pluralismo filosofico, che per tanti si traduce in un vuoto filosofico, sono necessarie persone che vivono il proprio essere a partire da una struttura filosofica sufficientemente completa ed armonica. Queste persone, oltre a saziarsi personalmente della propria realtà, possono dedicarsi a sostenere negli altri, specialmente quelli che patiscono di più il vuoto filosofico, in un cammino di crescita che si traduce in un miglioramento della qualità della vita per loro stessi, per chi li circonda e per la società. Il counseling filosofico come risposta ad un problema fondamentale nella società di oggi, non è male come prospettiva. Il Counselor come persona che ha fatto un cammino personale di crescita valido e soddisfacente, e che trasmette il dinamismo della sua crescita a chi ne ha bisogno, non è male come missione.

Prof. Ezio Risatti
* Prof. Ezio Risatti

Laureato in Teologia ed in Psicologia, psicoterapeuta, preside della Scuola Superiore di Formazione Rebaudengo, sede affiliata di Torino dell' Università Pontificia Salesiana, vice presidente e fondatore della Società Italiana Counseling Filosofico SICoF.